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Mi pare che sia una difficoltà degli scrittori alle prime armi (o degli scrittori cattivi, ecco) quella di ambientare in modo efficace le storie che raccontano. Se le immaginano sospese su una nuvola, in scenari senza nome e senza storia, in cui i personaggi parlano lingue irreali, perfettamente standard. Vengono quindi fuori cose come “Il ragazzo camminava per la Città”, con la maiuscola, o “La Capitale del Paese era allora sconvolta dalla guerra”, o ancora “Il paese di S. era il luogo di nascita di…”: tutte cose che sanno un po’ di romanzo dell’Ottocento e un po’ di racconto di fantascienza o post-apocalittico. La sensazione è quello di un estraneamento, un allontanamento dalla scena che può dare risultati molto diversi a seconda che lo si usi a proposito (come nel Paese delle Ultime cose di Paul Auster, un libro dal mio punto di vista del tutto sottovalutato: il risultato è all’incirca quello descritto qui) o a sproposito (e in questo caso mi viene in mente questo romanzo di Boris Biancheri di qualche anno fa, che mi è capitato sottomano di recente: dal mio punto di vista un esempio da manuale di un’occasione sprecata, ovvero di una bella idea e di una bellissima scrittura erose da uno sviluppo scarso, che lascia con l’amaro in bocca. Che tradotto vuol dire che pure quando sembra che succeda qualcosa, alla fine non succede nulla).
In generale a me pare che, a meno che non si usi questo strumento (in sé piuttosto potente, anche se ormai un pochino stantio, forse per l’abuso che ne è stato fatto) in modo realmente funzionale alla storia che si sta raccontando, non sia che una forma di indecisione dello scrittore, nascosta dall’aura dell’artificio letterario.

Ecco, io ho spesso fatto questa cosa qui. Con risultati generalmente scarsi. Nel senso che mi annoiavo io per prima e dopo qualche pagina mettevo via il tutto.
Ho dei miei problemi personali col collocarmi in una parte specifica del mondo, che ha a che fare con l’assenza di radici profonde, ma la cosa mi sembra in realtà avere più a che fare con una specie di colonizzazione culturale che abbiamo subìto, per cui le storie ci sembrano poter essere ambientate solo altrove (e con altrove intendo essenzialmente in America, e in ogni caso in posti anglofoni): che sarebbe il motivo per cui chiamiamo i personaggi con nomi tipo Andrea al femminile, o ambientiamo tutte le storie a New York o a Londra. Ma di questo imbarazzo, che ha investito in particolare la mia generazione, parlerò più diffusamente in un altro momento.

In ogni caso, qualche settimana fa al corso di scrittura ci hanno dato un compito che aveva a che fare con l’ambientazione, con l’ambientare in modo forte una storia, legandola a un luogo. Sono entrata in crisi per qualche giorno, con la sensazione che lì stesse un punto particolarmente importante per me da affrontare, proprio perché in una sorta di imbarazzo linguistico ho vissuto per un certo numero di anni. Poi, a un certo punto, mi sono scocciata di rimuginare e mi sono messa a raccontare una storia strampalata in cui un alieno girava per le vie di Trento e incontrava di notte un ubriaco che gli parlava come parlerebbe un trentino (almeno nella mia testa). E la cosa meravigliosa è stata che era facile. Era facile far muovere un personaggio in un luogo che conoscevo, facendolo svoltare a destra per fargli trovare Via Belenzani e la vista sul Duomo, partendo da odori, colori, suoni che mi erano familiari. Quel personaggio si muoveva, per me, con grazia e semplicità perché era in un posto vero, di cui conoscevo le coordinate.
E’ stato, per così dire, un punto di svolta.
Tutte le difficoltà che ho sempre trovato nello scrivere, quel desiderio di abbandonare alla seconda pagina per noia e incapacità, di cui immagino scriverò spesso in futuro, in questo caso non si sono fatti vivi.
Ho cominciato un altro racconto, per un esercizio successivo, usando le strade intorno al mio liceo come punto di riferimento e dando ai miei personaggi nomi che sentivo come comuni, e di nuovo… La magia.

Ho sentito insomma questo: che oltre a un’idea, un’immagine che rappresenta lo stimolo iniziale a raccontare una storia, c’è bisogno anche di delle coordinate in cui muoversi, di un’àncora a cui tenersi per non andare troppo al largo (e finire per non concludere nulla). E che l’ambientazione, perlomeno in questi casi, è stata la mia àncora.
Questo al di là dei risultati letterari, che sono una faccenda diversa.

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