Tag

, , ,

Da bambina generavo storie quasi senza pensare, riempivo quaderni e quaderni di racconti sicuramente infantili, ma anche molto sinceri. Lo facevo per passare i pomeriggi, senza coscienza, e ci pensavo solo nel momento in cui sedevo lì e scrivevo, ed era onesto, e liberatorio.
Poi, da un certo punto in poi, ho cominciato a sentire una fatica enorme, come un peso, nel fare qualcosa che mi era sempre risultato naturale: mi pesavano sulle spalle il confronto con la letteratura, meravigliosa e inarrivabile, e anche una certa bella scrittura in senso classico, fatta di frasi ampie e lunghi paragrafi, da riprodurre a tutti i costi. Più leggevo, e scoprivo chi aveva scritto prima di me, e più mi sembrava inutile e ridicolo mettermi in competizione. Quell’atto semplice di prendere un’idea e svilupparla, quel piacere di raccontarsi le proprie storie, esattamente come le si volevano sentire, e goderne in solitudine, era andato perduto.
Ciononostante, insieme al piacere non era andato via il desiderio. Il desiderio di scrivere era sempre fermo, stabile, da qualche parte nella mia testa, seppure oscurato da altre cose, altre necessità, altri bisogni, e si esplicava in brevi slanci creativi, che in genere duravano dall’una alle cinque cartelle (ma in carattere piccolo, 10 o 11: forse che a scrivere più piccolo pensavo di farmi vedere di meno?) e venivano poi lasciati indietro quando si trattava di entrare nel vivo della storia, di trovare il coraggio della messa in scena (dannata messa in scena: ma se nella vita reale non succede mai nulla!).
E questo stato mentale, quest’angoscia mi ha seguita anche quando (non saprei dire come) ho trovato il coraggio di iscrivermi, alla faccia della letteratura, al corso di scrittura, e praticamente in ogni esercizio che mi è stato assegnato.

Poi, in queste settimane, è successo che ho preso in mano, come dicevo, delle faccende in sospeso che avevano a che fare con l’ambientazione, ma anche con l’adolescenza e con una scrittura leggera, volutamente non impegnata, magari anche simpatica.
E mi sono resa conto di questo: che in termini reali non c’è speranza di fare nulla di concreto se non si smette di prendersi sul serio e si comincia a scrivere davvero (facilmente riassumibile con: e fattela una risata!).
Quando ero al liceo, abbiamo scritto e messo in scena all’assemblea d’istituto di fine anno (l’assemblea spettacolo) due parodie, una su certi film particolarmente famosi in quel periodo e un’altra sul nostro liceo e il modo demente in cui ci si stava dentro, come se la vita fosse tutta lì. Due opere di grande successo, potrei dire senza modestia, scritte nei ritagli di tempo: ho un ricordo netto di una rimaneggiata all’inizio dell’Iliade scritto su un foglio di carta in un cinema, al buio, mentre stava iniziando un qualche film con Johnny Depp. Due testi teatrali scritti per ridere, e per far ridere. Una soddisfazione a cui non avevo dato valore, sempre con l’idea che l’arte fosse altro, e che fosse qualcosa di serio e importante, ma che mi è tornata in mente questo fine settimana, mentre mi dedicavo a un compito sul comico e lo facevo con leggerezza, con piacere.
(Qui dovrebbe scattare la Ring-Komposition, che ci porta rapidamente verso la fine del post)
E’ tutto molto più semplice di come mi hanno fatto credere, e al contempo più difficile: non puoi scrivere come nell’infanzia, così come non puoi giocare con le Barbie tutti i pomeriggi. A un certo punto, devi imparare a tenere testa alle subordinate, a starci dietro e saperle collocare; devi confrontarti con i grandi, e sentirti minuscolo davanti a loro.
Poi, devi dimenticare tutto, e fare un po’ come viene.

Annunci