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Alla base di un racconto, dovrebbe esserci un’emozione. Un’immagine, una percezione, un pensiero che dovrebbe diventare fabula e poi intreccio (o intreccio e poi fabula? Uno se ne accorge, realmente, quando tira fuori uno straccio di trama?).
La mia fonte di emozioni è spesso stata la musica. Mi piacciono le canzoni lievi, in cui i sentimenti sono espressi in frasi brevi, giusto accennati, e ci sono state decine di canzoni, di versi di canzoni che avrei voluto espandere e trasformare in storie. Storie morbide, tiepide, con sentimenti lievi come la malinconia, la nostalgia, il ricordo di un amore. Come una nuvola, come certe canzoni che mi piacciono e che sono così, tipo questa con cui mi sono fissata da questa mattina, o questa che è un evergreen della mia malinconia.
Non so se mi spiego.
Ma a dire la verità non ci sono mai riuscita. Essenzialmente perché certe cose sono belle e delicate quando sono dette in un verso, ma quando le tiri per farle diventare qualcosa di più diventano di una noia indescrivibile: a scriverle, dico; a leggerle, non ne parliamo nemmeno.
E quindi ho tutte queste idee, tutti questi personaggi senza storia che mi vengono dalle suggestioni delle canzoni e che restano in un limbo nella mia testa e probabilmente ci resteranno per sempre. Perché poi sono un po’ un trucco, no?, nella scrittura, questi sentimenti sottili e molto lievi, per non mettersi davvero in gioco, per fare una robina carina con delle frasi magari ampie, eleganti, ma che non ci toccano sul serio (come si diceva qui, su questo blog che merita come pochi). E poi se ci pensi in termini reali, personaggi del genere funzionerebbero solo a prenderli in giro, per ridere del nostro percepire, a volte, la vita come una tragedia quando di fondo non lo è.
Magari li metto in fila, li espongo al pubblico, prossimamente. Così, anche se non servono a me, magari servono a qualcun altro, anche solo per sorridere un po’.

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