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Ieri sera, al ritorno da danza, mi sono guardata in streaming la prima delle Mantova Lectures di Alessandro Baricco (che si può anche recuperare qui, su Youtube): si tratta, in breve, di una serie di tre lectures che stanno andando in scena al Teatro dell’Opera in cui Baricco si siede lì e, a partire da un tema apparentemente semplice, divaga a parlare di arte, di letteratura e filosofia. La premessa era stata una delle Palladium Lectures, a cui mi era capitato di assistere nel 2013, in cui (vado un po’ a memoria) si parlava, tra le altre cose, di Kate Moss e di canoni di bellezza, cioè di come Kate Moss con la sua aria innocente, quasi sgraziata, irrompe nel mondo della moda e spazza via tutti i criteri estetici degli anni ’80 (se interessa, anche queste stanno su Youtube).
E, insomma, ieri sera si parlava della mappa della metropolitana di Londra, che rappresenterebbe uno schema ordinato e semplificato di una cosa estremamente complessa come l’intreccio delle linee della metropolitana, e del genio di quello che l’ha creata. E insomma a un certo punto Baricco arriva a spiegare la filosofia di Kant (il fenomeno, cioè ciò che possiamo sperimentare, contro la cosa in sé, che non possiamo conoscere), la Quinta Sinfonia di Beethoven come un’opera essenzialmente kantiana e il modo in cui, a partire da Kant, si sviluppa il Romanticismo. In termini davvero semplici.
E quando è finito, ho pensato a quanto sarebbe bello, se ci fossero più Baricchi in questo Paese, a raccontare la cultura in modo così accessibile, così semplice: a spiegare, a reti unificate, alla portata di tutti (andare al Teatro dell’Opera a sentirlo costava 22 euro, che a Roma a stento ci mangi una pizza, ma pure che non li volevi spendere, si poteva guardare in streaming, e passerà sulla Rai a un certo punto) perché L’Infinito di Leopardi è una poesia bella, e importante, e a scuola ce l’hanno fatta imparare a memoria; e che noi abbiamo dei modi di ragionare, dei comportamenti, che non sono sospesi in un presente infinito (eterno), ma che ci vengono da una tradizione culturale – e che comprendendola comprenderemmo qualcosa di più di noi, e di come siamo e di perché siamo così.
E ho provato più fastidio del solito per la spocchia di una certa élite culturale (che poi un giorno vorrei pure analizzarla, questa élite, e capire chi è, e quanto davvero ne sa, per dare così tanti giudizi) per cui Baricco fa schifo perché lo possono leggere tutti (ce li avete presenti, no? Li abbiamo incontrati tutti, quelli che “No, io Baricco non lo leggo, è così semplice!”). Ho sempre trovato i libri di Baricco lievi e appassionanti, e ampi: come se ti avvolgessero in una nuvola e tu per un po’ stessi lì sospeso dentro la sua storia, e i suoi discorsi larghissimi sul mondo e sulla vita, che in qualche modo ti toccano sempre, a un qualche livello; e ne scendessi alla fine rinvigorito, e più leggero. Così è Oceano Mare; così è Seta e in parte anche Mr. Gwyn. Un po’ meno Novecento, almeno per me.
A me è sempre parso che ci fosse solo una certa invidia, per Baricco, e per il modo in cui costruisce storie grandi in libri brevi, in modo gradevole e affabulatorio, comprensibile a molti (e infatti è comprato da molti). E che se ci fossero più personaggi istrionici e prolifici come Baricco, che richiamano gente di vario genere a eventi come le Mantova Lectures, a sorbirsi un’ora e mezza di lezione di filosofia, il livello culturale del paese potrebbe elevarsi, anziché risentirne.
Il che mi fa ritornare a un discorso che si faceva nei commenti di questo bel post su Rosa per caso riguardo i generi letterari (nel caso specifico il rosa) e il modo in cui sono considerati minori, semplice letteratura d’evasione, in particolare dalle femministe. Il che può anche essere vero, in parte, ma è un fatto che i libri più letti e venduti oggi sono ‘di genere’, giallo, noir, rosa, in parte fantascienza. E la ragione non può essere solo la stupidità e l’ignoranza del pubblico, di cui tanto ci lamentiamo noi persone colte.
La ragione deve stare nel fatto che parlano di ciò di cui la letteratura alta non è più in grado di parlare, immersa com’è nei propri esercizi estetizzanti e nel parlarsi addosso (sono troppo avvelenata, mi direte. Può essere…), e cioè dell’amore e della morte. Ma per davvero, senza doverle chiamare eros e thanatos per distinguersi da chi il greco a scuola non l’ha studiato. E cioè mettere la propria lingua al servizio degli uomini e raccontare ciò che è davvero importante e, da che mondo è mondo, preme davvero a tutti.
Come dicevo in un commento su quel post, la risposta a tutta questa spocchia sta, detta con la semplicità dei maestri, alla fine di Se una notte d’inverno un viaggiatore, ed è una cosa così: “Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l’eroe e l’eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte”.
Oggi, Baricco parla di queste cose qui (e vende). I romanzi di genere, quelli belli bene e quelli brutti male, parlano di queste cose qui (e vendono tanto). Molti altri no (e spesso si lagnano che non vendono). Il problema quindi sta solo nell’ignoranza del pubblico, giusto?

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