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Sto preparando un esame di Lessico. La linguistica, e tutte le sue innumerevoli teorie e classificazioni, mi hanno sempre mandata molto in confusione: le ho sempre trovate abbastanza sterili, e macchinose. Di conseguenza, mi sto avvicinando anche questa volta alla materia con un certo timore – e veramente poca voglia.
Negli stessi giorni, sto anche esplorando WordPress alla ricerca di cose interessanti da seguire, principalmente sulla scrittura, la letteratura, la narrazione. Ne ho trovate diverse, in questa settimana, che mi hanno dato molta soddisfazione e mi hanno offerto diversi spunti e mi sollevano molto da tutte le altre cose brutte che si leggono in giro. Come dire che poi la realtà non è brutta come uno si immagina e la qualità si trova: basta cercarla.

E insomma girando mi sono trovata davanti vari post, intere sezioni di blogger-scrittori che parlano di grammatica, di usi di parole e di sintassi; delle lezioni, dei brevi manuali di scrittura. Anche interessanti, in certi casi, a dire la verità, perché mi riportano alla mente nomi e definizioni che ho sepolto dopo la fine del liceo. Altre sinceramente un po’ pedanti.

Personalmente, a me non verrebbe mai in mente di dare lezioni di italiano su un blog di scrittura. Non mi verrebbe in mente perché mi aspetto che chi si interessa di scrittura, di narrazioni, dia per scontati i congiuntivi, i pronomi, la consecutio temporum e la punteggiatura e che, se è venuto a leggere quello che ho da scrivere, non abbia bisogno di ripassi – semmai di osservazioni su usi interessanti, particolari, su acrobazie linguistiche esteticamente attraenti, ma non di specchietti esplicativi.
Con questo non voglio dire che mi ritengo superiore agli errori e non sento il bisogno di ripassi e precisazioni: tutt’altro! Ma questo è il pane quotidiano dello scrittore, è un continuo lavorio che è intrinseco alla scrittura. Tipo, io ogni tanto mi dimentico se “né” si scrive con l’accento acuto o grave, e devo andare a ricontrollarmelo (l’ho controllato anche adesso e infatti l’avevo scritto sbagliato); e alle elementari sono mancata alla lezione in cui si spiegava la regola dei plurali di-cia e -gia (avevo la febbre) e da allora, giuro, per quante volte abbia potuto leggerla, non sono mai riuscita a togliermi tutti i dubbi: per alcune parole devo sempre andare a controllare. Certe cose o le impari da piccolo o non ne esci più.
E poi ci sono quei momenti in cui fisso talmente a lungo una parola che dopo non sono più sicura se sia scritta giusta: anche in quel caso, devo guardare. Ma fa parte del gioco.
Di più, è il bello del gioco.
Lo dico senza alcuna vergogna, perché mi sembra umano e giusto, purché se ne sia coscienti. Uno che non è cosciente, dal mio punto di vista, non può dirsi scrittore. Nemmeno dopo dieci romanzi di successo pubblicati su scala nazionale. Punto.

Tutto questo non tanto per aprire una polemica sulla grammatica nei blog, ma per cercare di capire meglio io (e sarò tanto grata a chi mi spiegherà le sue ragioni).
Anche perché poi, leggendo di lessico e linguistica, mi viene da pensare che la lingua è una cosa molto più ampia e aperta di quello che la grammatica tradizionale ci ha insegnato; che le regole sono regole di massima e non tengono conto degli usi reali, sono imprecise nel descrivere i modi in cui un parlante usa la lingua e la rovescia e la stravolge (ed è perfettamente normale che sia così). Ci sono esempi carini su questo manuale di Mario Squartini, anche abbastanza agile, sul verbo: come tempi verbali utilizzati per fare cose diverse da quelle che la loro definizione implicherebbe (il presente utilizzato per indicare un evento futuro), o addirittura situazioni in cui la distinzione tra tempi e modi diventa imprecisa (il futuro per indicare una congettura, che sarebbe prerogativa del modo condizionale).
E ho imparato nel tempo a diffidare di chi viene lì col ditino puntato a dire che “A me mi” non si dice, perché tendenzialmente è gente che con la lingua ha scarsa familiarità, che non ha scritto molto altro dopo i temi a scuola.

Io faccio un sacco di cose che secondo la grammatica non sono giuste: comincio un sacco di frasi con “E”, e metto virgole e punti dove la grammatica li toglierebbe. Questo perché a volte sento la necessità di fare delle pause, ma senza interrompere il flusso del discorso. Metto e tolgo i verbi, li sposto. Rovescio le frasi, le lascio incomplete. Odio i puntini di sospensione, ma adoro il punto e virgola –  e a volte mi sembra di usarlo a sproposito, perché trovandolo abbastanza poco spesso nei testi degli altri non ho l’uso a confermarmi dove vada messo e dove no; eppure lo uso lo stesso. Perché mi piace.
Perché la lingua è malleabile e si piega e non sta mai ferma e avere le orecchie sempre aperte e la sensibilità per cogliere le mille possibili variazioni del parlato e dello scritto è necessario anche per scrivere un dialogo in una storia (che invece mi pare un punto di cui è interessante discutere).

E’ questo che uno che scrive dovrebbe fare: avere così familiarità con la lingua da poterla stravolgere per cercare modi freschi e migliori per raccontare le solite storie di sempre.
Aver studiato la grammatica alle elementari e alle medie, aver imparato alle superiori che le regole si possono anche rompere (e che l’arte essenzialmente fa questo), e aver dopo provato a romperle noi stessi è la base (ci penso spesso in questi giorni, perché si collega a un’altra cosa: noi possiamo fare tutte le capriole di questo mondo, ma se non sappiamo raccontare una storia in modo lineare, usando, mettiamo, accrocchi come la struttura in tre atti, rischieremo sempre di annoiare e di non arrivare mai al punto. Me ne convinco sempre di più, mentre mi avvicino alla fine del Secondo Livello della scuola Omero). Dopo, tutto questo si dà per scontato.
E’ come Roberto Bolle che rispiega come si fa il grand plié a Polina Semionova: è surreale.

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