Tag

, , , ,

9788807031342_quarta_jpg_600x800_q100_upscaleDi recente apprezzo sempre di più la capacità di ridere, e di far ridere, in mezzo alle disgrazie.
Da adolescente, e anche un po’ oltre, ho avuto un senso molto tragico della vita, e i romanzi dovevano di conseguenza essere tragici, e rappresentare quel binomio indissolubile (eros-thanatos) di cui mi sembrava fosse fatta l’esistenza umana.
In realtà, credo adesso che l’umanità riesca a sopravvivere quando è consapevole del binomio indissolubile, con tutti i drammi che ne conseguono, ma è in grado di guardarlo in faccia e riderci su.

Questa è la ragione principale per cui ora ho un po’ una cotta per Etgar Keret. Ci eravamo già incontrati, io e Keret, alla scuola Omero (dove pare esserci una mezza venerazione per lui) quando in classe si era letto Colla Pazza, un piccolo capolavoro che si può leggere qui, e un altro passaggio che ho ritrovato questo weekend in Sette anni di felicità.

Il libro in breve è questa cosa qui: Keret racconta i sette anni successivi alla nascita di suo figlio. Li racconta per scene e brevi spezzoni, disegnando un colorato affresco della sua vita – o perlomeno, quella che noi possiamo immaginare essere la sua vita.
Il protagonista è lui, in prima persona, con la sua famiglia e le vicende che la attraversano, la sua carriera di scrittore e i viaggi che lo porta a fare, i difetti di cui è consapevole e che non ha paura di esporre. Intorno a lui, c’è l’Israele contemporaneo (un mondo a noi vicino eppure meravigliosamente estraneo) e le sue città che sono incrocio di lingue e culture, la religione e il secolarismo che si incrociano e si scontrano (e a volte uniscono, a volte dividono le persone), la Shoah come qualcosa di vivo e reale (non quel mostro puzzolente che è per noi, quel corpo estraneo che non sappiamo ancora come trattare), le guerre e le bombe come una parte della vita.
A parte questo espediente del mettere in scena, da parte dell’autore, la propria vita ma non esattamente (come fa, ad esempio, anche Carrère, un altro uomo strano e molto amato), che mi sono scoperta ad amare molto, la potenza di Keret sta nella sua incantevole leggerezza.
Dove io scriverei un romanzo straziante sui genitori sopravvissuti all’Olocausto, lui prende i genitori e i loro racconti terrificanti e li usa come sfondo per raccontare una vicenda terza, molto meno rilevante, che funge da centro del racconto: un viaggio in taxi, un equivoco imbarazzante, una conversazione surreale con uno sconosciuto. Una sorta di gioco di specchi, in cui diverse storie si incrociano e  sovrappongono.
Il risultato è che fa ridere. Fanno ridere le vicende in sé, anche quando fanno piangere; fa ridere la rapidità con cui le racconta, l’occhio sempre perfettamente partecipe che ha nel guardarle – non cede mai, il mio Etgar, alla tentazione dell’osservazione dall’esterno, quella (credo) di ogni scrittore che guarda il mondo fuori da sé e ci vede storie da raccontare.
Keret fa ridere.
Ma non fa ridere perché le situazioni o i personaggi sono simpatici, o divertenti (non solo per questo, almeno).
Fa ridere perché noi non viviamo nella tragedia dei romanzi che leggiamo, o dei film che guardiamo, ma nel mondo che Keret descrive, in cui in mezzo alle nostre tragedie quotidiane a volte accadono delle cose, apparentemente ininfluenti, che però ci colpiscono per il loro contenuto di realtà, e per la bellezza che quella realtà racchiude (che mi pare poi un discorso collegato a quello dello scorso fine settimana dalle parti di Salvatore Anfuso, che però ho visto solo en passant).
E probabilmente vedere rappresentata la realtà così com’è fa ridere.

Sono stata abituata a pensare che la bellezza fosse una cosa seria, un po’ da sindrome di Stendhal, romantica e decadente. E che ridere fosse invece in qualche modo greve, ontologicamente inferiore.
E invece mi pare che in Keret la commedia e la bellezza convivano con brillante, delicata semplicità. Come a dire che, mentre suona l’allarme aereo, può sempre succederti di giocare a fare un sandwich umano sull’asfalto per distrarre tuo figlio dalle bombe che cadono, ed è tutto perfettamente normale.

Annunci