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Ma ce li avete presenti tutti questi libri descritti meravigliosamente nelle recensioni, che magari sono scritti benissimo e che però alla fine se doveste riassumere non sapreste da dove cominciare?
“Sì, è la storia di quest’uomo/di questa donna alla ricerca di se stesso/se stessa, che fa incontri, si innamora (fa cose, vede gente)”. Bene.
“Ma è scritto benissimo, eh!”. Ah, allora…
Negli ultimi tempi, presa dall’onda di leggere libri italiani contemporanei belli, mi sono capitati diversi libri così. La delusione maggiore l’ho avuta da un libro recensito come un piccolo capolavoro da L’Internazionale, scritto da una scrittrice che si chiama Letizia Muratori, che oggettivamente scrive benissimo, gliene do atto, ma il cui libro non mi ha lasciato nulla, se non un vago fastidio. Fastidio, sì, perché tutta quella bellezza andava sprecata a parlare a casaccio di una giovane donna frigida (davvero) della borghesia romana e delle sue relazioni amorose scostanti con uno dell’età di suo padre (un gran personaggio, eh, all’inizio, ma poi in realtà piccolo piccolo) che poi è il padre di una sua amica, e poi dell’altro fidanzato che non la capisce, che nemmeno mi ricordo più tutti gli intrallazzi. E i ricordi… Ah, questi ricordi di un’infanzia e adolescenza altoborghese ai Parioli. Cioè, vabbè…
E poi c’è stato anche il successo editoriale dell’anno scorso, Atti osceni in luogo privato, di Marco Missiroli, “bellissimo! Stupendo!”. Questo la trama, per carità di Dio, ce l’aveva (pure troppa), ma pure questo protagonista che fa? Scopre il sesso, crede che sia amore ma poi non lo è, poi scopre il sesso senza amore e infine l’amore vero. E in mezzo ci sono cose come la negritudine di una che si chiama Lunette, tante strusciate, e un sacco di frasi in francese e di citazioni di autori importanti da cui il personaggio si fa ispirare mentre cresce. Dai, su.
Associo questi due libri pure diversi perché da entrambi, in modi simili, sono rimasta scottata.
L’amore, il sesso. Un personaggio che cresce (un po’, a volte, in parte). Il Bildungsroman del ventunesimo secolo è la scoperta del sesso e poi dell’amore.
Che a me va benissimo, visto che, mi direte, alla fine nasciamo ci innamoriamo facciamo figli e moriamo, e la specie va avanti così. E però mi viene anche da dire che siamo umani, e abbiamo la lingua e la cultura e la religione (sì, anche la religione, datevi pace) per usarli, per elevarci un po’ di più di così. E siamo umani quando abbiamo slanci morali e affrontiamo le difficoltà e ne usciamo più forti, o soccombiamo provandoci.
E chi sono invece i personaggi di questi libri bellissimi degli ultimi anni?
E sono dei libri bellissimi per quello che dicono, o perché la prosa è esteticamente bella, come nella migliore vulgata delle scuole italiane?
Nel senso che, mi viene da chiedermi, a che serve usare la lingua così bene, avere un ottimo fraseggio, fare ampie metafore, se poi le usi per descrivere il rumore dello sciacquone del water?
Anche io sono stata ispirata dall’arte per l’arte di Oscar Wilde, e sono d’accordissimo con tutto. Ma alla fine di tutto, perché scriviamo? Non è perché dei personaggi ci parlano nell’orecchio e ci chiedono di essere raccontati? La ricerca estetica è fondamentale, ma se ci porta da qualche parte.
E perché leggiamo? Il piacere della bellezza è incommensurabile, ma è solo questo a spingerci verso l’arte? Prima di comprarlo, non guardiamo forse tutti la quarta di copertina per vedere di che parla, sto libro che abbiamo in mano?

Auspico una piccola rivoluzione culturale, in questo paese.
E cioè vorrei che chi si occupa di cultura sapesse davvero giudicare l’arte in quanto arte (e non si facesse abbagliare dai fuochi d’artificio: dalle metafore, dagli aggettivi), ma poi la mettesse da parte, e si innamorasse delle storie che legge: dei personaggi, delle vicende, dell’onestà intellettuale di chi le racconta senza sotterfugi. E annusasse anche l’aria intorno: non l’odore dei soldi, cioè di quello che tira, ma quello di cui la gente davvero sente il bisogno, le storie che vuole sentire.
E che pubblicasse quelle. Invece di delegare il lavoro sporco delle storie belle agli altri (agli americani, a tutti gli altri), per poterli insultare in pace e mantenerci noi popolo di santi, poeti e navigatori.

 

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