Tag

, ,

Sono stata lontana da qui per qualche giorno. L’ho fatto intenzionalmente, per concludere una cosa e cominciarne un’altra con ordine e non fare tutto un po’ insieme come viene come mio solito.
Quindi, ho concluso il racconto natalizio, che, che piaccia o meno, è stato per me molto istruttivo da più punti di vista (su cui magari mi soffermerò un altro giorno) e tanto mi basta. Next nella to-do list, c’è scrivere qualche riga a proposito di un libro che mi è stato prestato e che sarebbe anche ora di restituire.

quirinySi tratta di Storie Assassine, di Bernard Quiriny. Quiriny mi è capitato davanti varie volte, in occasioni molto diverse, nel corso dell’ultimo anno e quando l’ho trovato in casa di una carissima amica ho pensato fosse il caso di dedicarmici.
Il fatto è che, man mano che si prova a scrivere racconti, si apprezza sempre di più la creatività, intesa in questo caso non in senso generico (né in questo senso che gli dà Anna Maria Testa e che più vado avanti più mi sento di condividere. Oh, e a proposito, siccome ho imparato che tutto si lega in modi assurdi e imprevedibili, un mio professore del liceo diceva su Facebook di aver usato in classe questo libro, di recente. Sto pensando di divertirmici un po’ anche io), ma come capacità di prendersi poco sul serio e cimentarsi in divertissement ed esperimenti anche grotteschi, o surreali, con lo scopo di intrattenersi e intrattenere (che non vuol dire scrivere roba-di-intrattenimento, intendiamoci bene). Insisto sulla creatività perché ci vuole immaginazione, senso dell’ironia e buon gusto non indifferenti per produrre bei divertissement senza scadere nel trash – oltre a essere una palestra eccezionale per chiunque aspiri a scrivere cose letterarie.

E insomma, Quiriny in questo libro fa questa cosa qui, e la eleva a una forma d’arte.
Sono Storie Assassine perché morti cruente, buffe e surreali fanno da sfondo e contrappunto alle vicende raccontate, in cui letteralmente succede di tutto, ma è l’umanità rappresentata nei racconti – tutti diversissimi uno dall’altro, eppure collegati da mille rimandi, nomi e personaggi che ritornano in un gioco di specchi che dà unità e coerenza profonda alla raccolta – la vera attrattiva del libro. Un’umanità colta, fine, specchio del pubblico a cui si rivolge, che si rivela povera, delirante, affetta da manie di grandezza e piccola davanti al mondo stupefacente, fantastico, sconosciuto con cui si trova a confrontarsi.

C’è poi un’altra cosa. Che mentre si leggono, uno dopo l’altro, questi racconti, che sono letterari senza indugiare mai in letterarietà (una caratteristica che più leggo – e più scrivo – e più apprezzo), ci si diverte, si sorride, si ammira (INFINITAMENTE, nel mio caso) l’intelligenza di alcune trovate, ma si è anche avvolti da una malinconia sottilissima, quasi mai nominata, così lieve che ci si mette un po’ a interpretarla.
Che mi lascia più o meno con questa sensazione: che non importa quanto tu possa aver studiato, non sarai mai preparato a quello che ti troverai davanti nel mondo. E che, nonostante ciò che vedrai di meraviglioso nella tua vita, e quanto ti sconvolgerà e cambierà, non è detto che la tua fine sarà altrettanto straordinaria.

Fare tutto questo con dei racconti così brevi e diversi mi sembra vera magia. Una magia che sa di Borges e del meraviglioso di Garcia Marquez, solo con il profumo un po’ irrancidito del Vecchio Continente.
Insomma, scrittori in divenire, leggetevi Quiriny, ché il suo Bartleby dopo diventerà una parte anche di voi.

Annunci