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736ef012b6c4d43e942b8bcd61238b93_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMa voi ve lo ricordate un filmetto del ’99 chiamato The Haunting – Presenze, con Catherine Zeta Jones, Liam Neeson e Owen Wilson?
Pare che sia stato nominato ai Razzie Awards di quell’anno e immagino quindi che non fosse poi questo granché, ma a me che l’ho visto con l’incoscienza di una bambina era piaciuto abbastanza (a posteriori, ero piuttosto presa dal genere, tra i nove e tredici anni: con una madre compiacente – e altrettanto appassionata – mi sono vista di tutto).

Fatto sta che quest’estate mi è capitato tra le mani il libro (avete presente quei pacchetti sorpresa di Feltrinelli, in cui scegli il libro dalla descrizione?) da cui era tratto, che si chiama L’incubo di Hill House ed è stato scritto alla fine degli anni ’50 da una signora chiamata Shirley Jackson. L’ho lasciato lì per un po’, poi qualche settimana fa, presa dalla faccenda del racconto horror, l’ho recuperato e me lo sono letto.
Stamattina l’ho finito e vorrei evitare di tirarla lunga come con Quiriny, quindi raccolgo giusto qualche ragionamento della prima ora, dal punto di vista puramente narrativo, e vado oltre.

In breve, la vicenda è questa: c’è un professore che vuole indagare i fenomeni di questa Hill House che pare essere infestata e quindi chiama con sé delle persone che hanno in passato avuto contatti con il paranormale e ci va a vivere per un periodo per capire cosa succede. E chiaramente quando sono lì qualche cosa succede.

Ora, l’idea della casa, com’è descritta, com’è raccontata, è strepitosa. Capisco perché ne abbiano tratto dei film (ce n’è uno del ’63 prima del filmaccio del ’99), capisco perché sia un libro amato da Stephen King, anche perché io stessa sarei tentata di scrivere un Ritorno a Hill House subito adesso. C’è da imparare a pacchi qui su come si costruisce un’ambientazione e la si fa stare in piedi anche da sola.
Il problema è che è talmente forte che nient’altro le tiene testa. Non i personaggi che vi si muovono, che sono essenzialmente dei poveretti inermi per cui in parte ti dispiace e in parte provi fastidio; non la storia che vi si svolge, che è il diretto risultato della povertà dei personaggi; non (attenzione!) le presenze che ci stanno dentro, che a confronto della casa in sé sono il Fantasma Formaggino.
Una mia amica che l’aveva letto prima di me mi aveva detto “Figo, sì, però a parte all’inizio e alla fine non succede niente”. Non sarei così drastica nel giudizio, e non vorrei smontarlo perché resta, per chi prova a scrivere sia horror che qualunque altra cosa, una lettura molto formativa, eppure c’è da dire che manca qualche cosa.

Forse è semplicemente sbilanciato. Forse le aspettative che crea sono troppo forti rispetto alla storia in sé: forse persino un’idea così buona può essere un problema, quando oscura tutto il resto. E forse è passato del tempo: nel senso che nel frattempo tutto l’horror è passato per il periodo iperprolifico degli anni ’70 e ’80 e adesso ci ritroviamo ad avere delle aspettative diverse, quando affrontiamo il genere.
Però, quando mi hanno detto per la prima volta che le storie devono avere una tensione interna, non ho capito molto bene cosa significava (e ho ancora molte difficoltà a mettere in pratica il concetto), eppure leggendo questo libro ci si rende conto che manca, più di tutto, proprio il crescendo: quell’aggravarsi degli eventi e dello stato d’animo dei personaggi, per cui si arriva a un punto in cui le cose non possono che andare in un certo modo – che poi è l’unico modo per far sì che un colpo di scena, un effetto sorpresa, funzioni.
Qui invece si arriva alla fine come su una nuvola, tra alti e bassi, senza capire bene come, senza che ci siano dei momenti davvero catartici che portino alla conclusione della storia.
E questo, mi viene in mente, è un problema comune a tanti racconti di principianti e aspiranti (inclusi i miei) che mi capita di leggere. Per questa ragione mi è parso particolarmente interessante parlarne brevemente, oggi, prima di andare oltre.

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