Tag

, , , , , , ,

Sono in un momento di stallo.
Mi piacerebbe un po’ essere come tutti questi blogger che seguo che pianificano la pubblicazione, e scrivono post natalizi, e fanno bilanci dell’anno. Ma non lo sono: io scrivo post quando mi sento di farlo, seguendo le riflessioni e le spinte emotive del momento, e in questo senso il Diario Creativo è un vero e proprio diario.
E il momento, adesso, è quanto mai di riflessione.

Da una parte, sto cercando di preparare un esame di storia e sono quindi presa da diverse letture sul Fascismo. Mi ritrovo con un piede nel nostro inizio di secolo e con un altro nello scorso, immersa in due mondi densissimi di cambiamenti e inquietudini, per molti versi simili, e sono alla ricerca di un modo per esprimere in termini, per così dire, produttivi questa sensazione.

Dall’altra, sono in fissa con la struttura delle storie.
Sto leggendo un libro di Robert McKee, che è un signore americano che insegna sceneggiatura e che si occupa proprio di questo: dei meccanismi delle storie e di perché alcune storie funzionano e altre no; e vedo, di conseguenza, strutture, atti, generi ovunque.
Credo che sia un passaggio definitivo e irreversibile, nel senso che, nel momento in cui cominci a porti domande sul senso della storia che vuoi raccontare, e su quale sia lo schema giusto per farlo, non puoi più scrivere così come viene, con leggerezza, lasciandoti ispirare da un’immagine o da una sensazione – posto che tu sia mai riuscito a farlo.

Avevo, ad esempio, espresso in altra sede il desiderio di scrivere per il blog delle brevi storie su questa faccenda molto attuale (e che ho molto a cuore) della post-verità, e avevo già un paio di idee e persino una mezza stesura, quando mi sono accorta che quello che avevo in mano non era un racconto – e nemmeno un abbozzo di racconto – ma un fatto.
Il fatto è questo, di quest’uomo che è entrato in una pizzeria con l’idea di fare una strage (grazie a Dio evitata) perché aveva letto la notizia, ovviamente falsa, che la Clinton gestiva un bordello clandestino sul retro.
Che mi pare una faccenda molto in linea con il mondo in cui siamo.
Ebbene, mi sono detta che qualcuno deve pur averlo scritto questo articolo. E se l’uomo avesse davvero fatto una strage? Se ci fossero scappati dei morti, quello che ha scritto l’articolo si sarebbe dovuto ritenere responsabile per aver diffuso una notizia? O il fatto che fosse vera o falsa non avrebbe cambiato poi molto, perché per arrivare a prendere in mano le armi e sparare sulla folla devi avere degli altri problemi e quindi forse l’avrebbe fatto comunque, a prescindere dalla notizia?
Tutto questo è materiale per una storia, ma non è la storia in sé.
La storia ha un inizio, uno svolgimento e una fine: oppure può coglierne un passaggio, lasciando lo schema nell’ombra, ma comunque presente. Ebbene, sono rimasta invischiata in tutto questo intrico di ragionamenti, su chi fosse il protagonista vero di questa storia (quello che scrive l’articolo, quello che lo legge e va a sparare, una vittima della sparatoria, il titolare del locale?), o meglio, quale di questi fosse il punto di vista giusto per cogliere il senso vero di questa storia; e, di conseguenza, quale fosse il senso vero, ciò che volevo dire, cogliere, lasciare al lettore raccontandola.
E mi sono accorta che non c’era nessun senso: la mia presunta storia non era che una suggestione, uno spaccato di vita, un’inquietudine senza nome.

E non mi è bastato. Ho capito che non mi basta più dare voce a una suggestione, usare metafore evocative per dare assaggi di presente. Questa è roba per principianti – o per maestri della narrazione, anche, ma in pochi possono fregiarsi di esserlo.
Io vorrei scrivere qualche cosa che abbia un senso compiuto dall’inizio alla fine, e che, compiutamente, porti il lettore a immedesimarsi e cogliere infine il mio punto di vista sulla vicenda che racconto senza che io debba spiegarglielo (senza spiegoni, per intenderci, senza riflessioni dei personaggi, senza chiacchiere). E tutto questo, mi pare, passa per la maggior parte sotto silenzio quando si leggono e analizzano le storie.
C’è una complessità nascosta, al di sotto della superficie di belle metafore e lingua artefatta dietro cui un sacco di scrittori (anche importanti, anche di successo) si nascondono, che mi pare il sintomo di una profonda decadenza. E sto cercando di accedere a quel livello lì, dove sta veramente il senso di scrivere. Che passa per delle domande fondamentali, da farsi con estrema sincerità: qual è la mia visione del mondo? Che cosa è davvero importante per me? Quello che è importante per me può essere importante anche per gli altri? Qual è il modo migliore per esprimere ciò che credo possa essere importante anche per gli altri?
Ecco.
Ieri sera in tv c’era l’ultimo Star Wars ‘classico’, il Ritorno dello Jedi. Già qualche anno fa mi ero sorpresa dallo spessore morale e umano dell’intera vicenda, con cui, per inciso, sono cresciuta: c’è un conflitto tra bene e male assoluto, irrimediabile, ma il male non è qualcosa di altro, di estraneo ai protagonisti. E’ parte di loro, fa parte del loro sangue, della loro famiglia: Luke deve accettare questo, e deve soffrirne terribilmente, e affrontarlo e farsene tentare, e poi respingerlo con tutte le sue forze, sollevandosi al di sopra del bene e del male com’erano prima, per riuscire a trionfare (questo schema peraltro, se ci pensate, funziona all’incirca nello stesso modo anche in un’altra grande narrazione del nostro tempo, Harry Potter, tanto che mi è venuto da pensare che forse non sarebbe esistita com’è, senza il precedente di Luke Skywalker).
Per riuscire a narrare questo, in qualunque scenario lo si metta – storico, contemporaneo, intergalattico – ci vuole un’onestà intellettuale, una conoscenza dell’animo umano e di quali sono i suoi conflitti profondi, mica da poco. Al di sotto dell’avventura, delle astronavi, delle spade laser, c’è questo, senza cui tutto il resto non sarebbe che un esercizio di stile.

Ecco, vorrei smettere di fare esercizi di stile, e cominciare a dire delle cose per davvero.

Annunci