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a3765bfec51242425b507be4b8283271Come si è notato, mi sono presa una pausa. Ho letto, scritto, studiato (mi sono goduta la casa, la famiglia, i gatti). Soprattutto, mi sono tirata fuori per qualche giorno dalla routine di notizie-notifiche-Facebook che mi sembra inquinarci costantemente i pensieri e inibirci il ragionamento.

Ho guardato film, invece, immaginandoli come parola scritta, traslata in immagine solo in una fase successiva. Alla base, c’è sempre una storia, che rispetta i soliti canoni delle storie più vecchie del mondo, ma con una differenza essenziale: lo sceneggiatore non si può nascondere. Non può fare magheggi, imbrogli, giochi di prestigio: affidarsi al riassunto (al volgare spiegone), al pensiero del personaggio, alla riflessione della voce narrante sulla vita – buttarla in caciara, ecco – tutte le volte che non sa risolvere una scena o non ha il coraggio di portare fino in fondo le vicende che ha innescato. Non può perché ha solo due strumenti: lo scenario e la voce, le azioni, lo sguardo dei personaggi; e se quello non ha senso, è strampalato, o improbabile, sarà subito evidente. Che poi è quello che dice il solito signor McKee in Story.
E ne ho tratto che lo scrittore è molto più fortunato dello sceneggiatore, ma dovrebbe cercare di rispettare le stesse regole, se vuole cercare di produrre qualcosa che sia veramente di valore.

In parte con la stessa ottica ho riguardato I Tenenbaum – dopo quel fine settimana di qualche anno fa in cui avevo visto in fila quasi tutti i film di Wes Anderson, uscendone una sensazione di benessere e malinconia a cui ancora penso come a una magia – e ho imparato le seguenti cose:

– Che Anderson rispetta alla lettera tutte le regole di costruzione di una storia, che è piena di rovesciamenti e colpi di scena, ma che noi rimaniamo con l’impressione – come per un sacco di romanzi – che le stia anzi stravolgendo, e che non succeda nemmeno poi granché, perché è tutto meravigliosamente impregnato del suo immaginario.
– Che riuscire a guardarsi dentro abbastanza bene da accedere al proprio immaginario, e poi viverci dentro, nutrirlo e lasciarlo crescere, è la chiave per scrivere qualcosa di veramente bello e originale. Non tanto comporre belle frasi, che trovo sopravvalutato, in quanto punto di partenza, e non di arrivo, della narrativa.
– Che una volta costruito questo immaginario, praticamente ogni storia (con dei limiti) ci può fare un bagno dentro e uscirne ‘tua’, purché sia ben congegnata e che tu abbia scenario-personaggi-vicende all’altezza della situazione.
Una dimostrazione? Nei Tenenbaum, c’è un semi-incesto, che è la chiave di volta di ben due personaggi fondamentali – a mio parere i più belli, o perlomeno quelli che più mi hanno toccata. Ora, se io dico la parola ‘incesto’, praticamente chiunque rabbrividisce e arriccia il naso dal disgusto, e se vuoi scrivere una storia disturbante, di solito ci ficchi dentro questo cliché, con qualche bacio raccapricciante tra fratelli. Tuttavia, l’amore di Margot e Richie è di una purezza e di una gentilezza perfettamente in linea con lo stile di Anderson e non causa alcun tipo di disturbo. Perché? Certo, perché non è proprio un vero incesto (ma loro soffrono proprio come se lo fosse), ma anche perché è filtrato dal suo immaginario puro e gentile, che mi immagino come uno di quei filtri delle fogne, solo molto più potente: ci butti dentro qualunque sporcizia – capelli bagnati, carta igienica, feci umane e sabbietta per gatti – e ne esce acqua fresca e pulita.
Ma senza personaggi all’altezza della situazione, senza Margot e Richie così come sono e lo scenario di casa Tenenbaum e tutte le vicende collegate, sarebbe stato solo un mezzo incesto un po’ volgare.

Comincio il 2017 da qui perché mi sembra un riassunto efficace delle sfide che mi troverò ad affrontare in quest’anno, sempre con l’obiettivo – l’unico veramente importante – di inseguire la verità e la sincerità nella scrittura, ovunque siano nascoste.

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