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cover_9788866324003_369_600Sto leggendo dei racconti di Éric-Emmanuel Schmitt, che è un signore piuttosto famoso soprattutto in Francia e in Belgio, un drammaturgo e romanziere, pubblicato in Italia in modo esteso da E/O – una casa editrice a cui peraltro mi sento sempre più vicina, nel panorama un pochino scialbo dell’editoria romana, perlomeno ai fini del discorso che sto per affrontare.

Schmitt è stato una presenza dicreta e costante dei miei anni romani: ho cominciato a leggere Ibrahim e i fiori del Corano, il suo libro forse più sentito in Italia, per caso un pomeriggio e nel tempo ho preso in prestito e poi ricomprato alcune sue raccolte di racconti su cui torno periodicamente – e un romanzo, molto meno amato ma in compenso autografato alla Fiera della piccola editoria di un paio di anni fa.
Conosco quindi solo una parte piuttosto limitata di una produzione molto ampia che non ho mai cercato con molto impegno, per la ragione che Schmitt mi capita davanti sempre per caso nei momenti in cui ho bisogno di lui, di solito in forma di racconto breve.
Lo stesso è accaduto poco prima di Natale, passeggiando in pausa pranzo in una libreria che di solito non frequento e dove, nella sezione Sconti, ho trovato La sognatrice di Ostenda a veramente pochi euro.

Lo sto leggendo in questi giorni, in un periodo privissimo di scrittura – tant’è che anche il blog tace – ma denso di ragionamenti, in cui mi domando che cosa valga la pena scrivere, che cosa mi renderebbe felice portare fino alla fine, e rivedo temi, necessità, impulsi di scrittura poi finiti nel nulla.
Le storie di Schmitt sono essenzialmente storie di amori, di passioni, di emozioni al di fuori dagli schemi e dai cliché: racconti di amori passati e apparentemente impossibili, di passioni sconvenienti – di personaggi che crescono, che lottano contro sé stessi e si scoprono attraverso i sentimenti che provano, mettendo in discussione ciò che hanno sempre creduto vero di sé e del mondo per accedere a una verità più profonda.
Il tutto mettendo via ogni vezzo estetico, ogni imbroglio letterario, alla ricerca di una lingua pulita e semplice che punta all’immedesimazione totale nei protagonisti: con il risultato che sono storie vere e proprie, che cominciano in un punto A e finiscono in un punto B senza involuzioni, senza che, una volta giunto il finale, il cambiamento sia in alcun modo reversibile.
E’ un grande narratore dell’umanità contemporanea – della sua quotidianità e della sua esistenza puerile e difficoltosa, delle sue passioni e ossessioni – che osserva sempre con sguardo preciso ma indulgente, con amore e tenerezza.
Che si nasconde per fare posto a ciò che racconta, che non pretende di mostrarsi, di farsi notare, di far gridare al genio.

Tutto questo mi attrae molto, perché si pone radicalmente all’opposto rispetto alla povertà morale e intellettuale di tutti questi autori che scrivono per fare mostra di sé e della loro presunta eccezionale unicità, dando vita poi a opere mediocri, pubblicate da case editrici che si lagnano dell’ignoranza del grande pubblico e poi esaltate come capolavori dalla cultura barocca in cui siamo immersi – che sempre più mi sento in dovere di rifiutare.

(Un paio d’anni fa, sono andata a vedere, mi pare al Vittoriano, una mostra di Giorgio Morandi – quello delle bottiglie, per intenderci. Ricordo di esserne uscita con un’impressione profonda, che mi sono portata dietro a lungo e che credo abbia contribuito, in sottofondo, a formare questo rifiuto dell’estetizzazione sempre più militante, se mi si passa il termine: c’era in lui, nella sua ricerca della luce, della posizione e della rappresentazione perfetta, un costante tendere verso l’essenziale, verso ciò che davvero conta, che mi era parso l’unico antidoto possibile alla vacuità in cui viviamo.)

Come si può intuire, sono alla ricerca di una sintesi, di una razionalizzazione che mi consenta di smettere di sbandare e che mi porti a scrivere qualcosa in cui credo davvero, abbastanza da non stancarmene e da non abbandonare il campo prima che la partita sia finita.

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