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maxresdefaultQualche sera fa ho visto per la prima volta (in ritardo come al solito) un video di Bello Figo, il rapper ghanese di cui pare parlino tutti, e devo dire che sono rimasta folgorata.
Non ho intenzione di addentrarmi in analisi politiche o sociologiche del soggetto in questione: siamo tutti in grado di comprendere il senso della provocazione, e la prova della sua efficacia sta nel fatto che solo vecchi tromboni come la Mussolini (che, per l’idea che mi sono fatta del Ventennio, se il nonno da dove sta la sentisse la manderebbe al confino in qualche isola del Mediterraneo) riescono a prendere i suoi video come un insulto ai poveri italiani in difficoltà, mentre la parte sana della popolazione sorride e applaude – l’unica cosa giusta da fare.

Ciò che mi ha colpito davvero di Non pago affitto è la creatività. So che sarò presa a male parole per questo, ma ho visto molta più arte in quel video su Youtube che in molti romanzi e film d’autore degli ultimi anni: se l’arte ha a che fare non tanto (o perlomeno, non in prima istanza) con l’aderire a dei criteri estetici, ma con l’utilizzarli per innovare e per provocare un’emozione in chi gode di un’opera, mi sembra che Bello Figo, nel suo modo eccentrico e istintivo, colga nel segno molto più della maggior parte di noi piccoli intellettuali che ci vestiamo di carta stampata per coprire il vuoto di quello che abbiamo da dire.
Di fondo, da dove ci guarda lui, ci percula tutti: i tromboni di cui sopra, in modo chiaro, ma in modo più sottile anche noi che lo applaudiamo perché messi di fronte, inermi, ai nostri stereotipi (dai, giù con l’ipocrisia: chi ha più il coraggio di dire che è bene accogliere tutti in casa nostra chiunque sia e da qualunque luogo venga?), e lo fa utilizzando il mezzo per eccellenza dei grandi discriminati dell’Occidente, i neri degli Stati Uniti – un mezzo che riconosciamo ma che teniamo sempre un po’ a distanza, come un corpo estraneo (“Ma che è, musica quella?”).
E per questa ragione, ci sorprende e ci fa provare un sentimento complesso, alto, che impone perlomeno un barlume di riflessione anche ai meno propensi, che è già molto più di quanto riescano a produrre le opere esteticamente perfette e moralmente morte di artisti anche celebrati.
Non so se riesco a spiegarmi, amici scrittori: buttate via tutto, e andiamo in massa a lezione da Bello Figo.

C’è anche un’altra questione che mi pare importante. E cioè che al di là dei poveri fascistelli di periferia (quelli che imbrattano i muri in nome della Patria), gli adolescenti lo adorano e lo ritengono davvero figo, e da questo dovremmo trarre la conclusione che tutte le nostre povere polemiche sull’integrazione e il multiculturalismo sono destinate a riassorbirsi nel giro di una ventina d’anni, perché loro non si pongono il problema: sono già oltre (così come io e molti altri adolescenti di dieci anni fa eravamo già oltre il problema dell’omosessualità, e vedevamo come chiacchiere già superate le polemiche sui gay che si baciano in pubblico, o che vivono insieme, o che si sposano. In questo senso, mi sa che nel momento in cui ti affacci alla vita adulta, in cui cominci a essere rappresentato nella sfera pubblica, sei già vecchio).
Ho sempre pensato che per tastare il polso del mondo di domani bisognerebbe semplicemente mettersi ad ascoltare gli adolescenti, che assorbono ciò che il mondo gli offre e glielo restituiscono stravolto, rinnovato in modi molto spesso ancora incomprensibili: loro sono già il domani, ma ancora non sono in grado di esprimerlo in modo coerente – ché la coerenza è propria dell’età adulta, e, anzi, già il solo sforzo di raggiungere una certa coerenza interiore obbliga ad abbattere e mettere da parte molte intuizioni, aspirazioni, identità, per essere comprensibili agli altri.

Torno a scrivere quindi, con qualche difficoltà dovuta alla mancanza di esercizio, dopo settimane di immersione nel mondo dei giovani di cent’anni fa. L’esame sul Fascismo è andato, ed è stato forse il più pregnante e pieno di stimoli di tutta la mia carriera universitaria (se solo riuscissimo a guardare agli eventi passati, anche a quelli che riteniamo turpi, con un certo senso umano, non tenendoli a distanza come altri rispetto a noi, ma cercando di vivere le inquietudini, gli stati d’animo di chi ne è stato protagonista,  avremmo forse qualche vaga speranza di non fare disastri troppo grandi in questo mondo).
Mentre non scrivevo, ho visto Paterson e The Arrival, e ho cominciato a guardare The Young Pope, e probabilmente mi capiterà anche di parlarne. Intanto devo vedere di ricordarmi come si fa a mettere insieme un abbozzo di racconto.

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