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Ci sono e non ci sono: sto finendo di preparare un esame di Lessico, che proverò a dare domani un po’ come viene, e ho cercato di evitare per il tempo necessario ogni possibile distrazione.
E’ un esame fatto di regole e classificazioni morfologiche, sintattiche, semantiche, a cui non riesco davvero ad appassionarmi: di conseguenza ho cercato di comprimere più informazioni possibile nella testa, e speriamo che mi bastino.

Tuttavia, non mancano anche qui alcune questioni di un certo interesse, anche ai fini del nostro discorso sulla narrativa. In uno dei libri per l’esame (a cui accennavo anche in un post di qualche mese fa) si analizzano i verbi facendo un confronto tra le regole della grammatica tradizionale (come quella di Serianni) e le prospettive della linguistica, che si basa su analisi, comparazioni e test per definire usi e significati delle forme verbali che usiamo e trarne un sistema (o una serie di sistemi) coerente.
Ciò che ne viene fuori, più di tutto, è che la grammatica tradizionale (quella dell’analisi grammaticale, logica, delle tabelline e delle regole di consecutio) è più valida come mezzo di classificazione e ausilio allo studio e alla memorizzazione, che non per la descrizione degli usi “reali” della lingua; che l’uso che facciamo dei verbi non è propriamente quello descritto dalle etichette con cui le nominiamo (Passato Prossimo e Passato Remoto indicano davvero due passati diversi per distanza temporale, o piuttosto la prospettiva da cui si guarda alla situazione? E come la mettiamo con la storia che al nord il Passato Remoto è praticamente estinto, mentre al sud è vivo e vegeto?); che la lingua cambia con lo scorrere del tempo (il Manzoni scriveva la forma stare+Gerundio “stette aspettando” ed era accettabile, per noi non lo è più) e a seconda del luogo in cui è parlata (senza fare una distinzione qualitativa tra una Grammatica corretta e perfettamente standard e gli altri: i”dialetti”, le varianti regionali, gli usi “parlati”) e che, a volerla conoscere davvero, la si deve guardare per com’è usata per davvero.

Per me, che sono una refrattaria alle regole (soprattutto quando non hanno fini pratici evidenti), tutto questo è aria fresca contro le prescrizioni della Lingua Unica che o conosci o non conosci.

C’è una questione, in particolare, su cui si sofferma il nostro Squartini, che dovrebbe interessare particolarmente chiunque scriva narrativa, per questioni di consapevolezza: quella dell’uso dei tempi verbali nella costruzione di un testo.
In breve, si osserva che, al di là del significato che le forme verbali hanno “di per sé”, quando inserite in un testo narrativo assumono un ruolo completamente diverso: il Passato Remoto fa procedere la narrazione ordinando gli eventi in sequenza, l’Imperfetto descrive invece la situazione di sfondo.

Il colonnello si trovò ad un tratto nella sala delle riunioni, dinanzi a tutti gli ufficiali schierati […]. Sopra la macchia azzurra delle divise splendevano di pallore facce singolari, ch’egli stentava a riconoscere.

Dal linguista Benveniste, questi sono detti temps de l’histoire, che si contrappongono al Passato Prossimo, che è invece temps du discours perché si usa nei dialoghi:

Drogo disse: “Io non ho fatto domanda”.
“Non ha fatto domanda”
“Signornò, l’ho saputo soltanto due giorni fa che ero stato assegnato alla Fortezza”

Ho preso gli esempi da il Deserto dei Tartari, tirato giù a caso dalla libreria, per verificare io stessa la veridicità di questa teoria che a intuito approviamo tutti.

Tutto questo per dire che la lingua è prima di tutto uno strumento, che fa all’incirca quello che noi le chiediamo di fare, e che la lingua scritta segue delle regole proprie che sono lì apposta per essere piegate ai fini della comunicazione. E che, quando noi che tracciamo delle righe tra Noi-che-sappiamo-La-Grammatica e Tutti-quegli-altri-che-non-la-sanno, stiamo più di tutto disegnando i confini di una comunità, per innalzarci rispetto ad altri esseri umani. Stiamo facendo delle discriminazioni.

L’altro giorno ne ho fatta una io: ho deciso in un attimo di non seguire il blog di una ragazza che dice di pubblicare romanzi ma, nel parlare di un libro, cominciava il suo post con un “è” al posto di un “e”. Non ho idea di come scriva romanzi, né mi sono chiesta se fosse un semplice refuso: ho avuto solo la necessità istintiva di escluderla dalla mia cerchia di persone degne di parlare di libri, per via di un errore di ortografia.

Eppure la lingua cambia. E magari tra cent’anni sarà perfettamente accettabile scrivere “qual’è” con l’apostrofo o “un pò” con l’accento, visto quanto sono pervasivi nell’uso comune. E noi che stiamo qui a discutere di come e quanto e perché una forma è giusta e le altre no, e cerchiamo la risposta definitivamente corretta con cui sbugiardare gli altri; noi per cui lo sport nazionale è deridere chi parla e scrive male; noi che ci sentiamo migliori ad aver studiato bene la grammatica a scuola, ad aver fatto il liceo e l’università, saremo superati dai fatti.
La lingua è democratica: permette a tutti di comunicare ciò che sembra rilevante comunicare, nel modo che sembra più opportuno. Siamo noi a renderla una trappola mortale, uno strumento di divisione e prevaricazione.

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