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Ricordo in modo piuttosto preciso il momento in cui, per la prima volta, il mio personale interesse per i libri e la Letteratura dei testi scolastici si sono incrociati, e ho pensato che ciò che mi insegnavano a scuola potesse avere un qualche valore.
Curiosamente, l’illuminazione non venne da un romanzo, o da un racconto: venne dalla poesia. Una mattina nella primavera della quinta ginnasio (siamo nel 2004, credo), la nostra cinerea professoressa di italiano – una delle persone che ritengo direttamente responsabili per avermi allontanata dalla scrittura e aver causato, in un momento delicatissimo della mia formazione, una frattura con la mia creatività che ancora fatico a risanare – ci mise davanti per la prima volta un testo che avrebbe cambiato in modo definitivo la mia percezione della letteratura: era Spleen (Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio sullo spirito gemente preda di eterna noia…).
Mentre la professoressa si perdeva in parafrasi e discorsi vacui sull’uomo nella modernità, dentro di me avveniva una sorta di catarsi: sentivo che qualcuno, centocinquant’anni prima, aveva messo su carta le mie angosce, le mie inquietudini, la percezione del grigiore in cui mi sentivo imprigionata; e che quel qualcuno, per la Scuola, era considerato importante. Mi liberavo dall’orrenda sensazione – che peraltro non mi era connaturata, ma solo la conseguenza di un modo che oserei definire blasfemo di intendere la cultura – che ciò che leggevo e tentavo di imparare a memoria nelle sei ore giornaliere di grigiore scolastico non avesse niente a che fare con ciò che avveniva dentro la mia testa, che vedeva tutto un altro orizzonte.
Quel pomeriggio, mentre il cielo grigio pesava davvero come un coperchio sulle montagne che circondano Trento, andai a comprare I fiori del male, e ci vissi dentro per le settimane e i mesi successivi. Scoprii poi altri poeti maledetti, Rimbaud, Valery, e mi sentii rappresentata in un modo fino allora inconcepibile da quei personaggi eccentrici, dediti al vizio e alla droga, che davano voce alla noia di vivere, al disprezzo del conformismo e del perbenismo piccolo-borghese che in quel periodo mi laceravano.
Da quel momento, iniziai a guardare con sconcerto al modo in cui quegli autori che in quei mesi abitavano la mia immaginazione, osceni, sbagliati, aggressivi, venivano anestetizzati e resi innocui nella descrizione fatta dalla cinerea professoressa, la loro arte un mero esercizio di stile a cui non corrispondeva alcun tipo di movimento interiore. E mentre realizzavo che forse, anche se non riuscivo a essere come le professoresse volevano, a comportarmi nel modo che loro avrebbero gradito, che forse, anche se il racconto che avevo (ingenuamente, sì) scritto alla fine delle medie e avevo loro dato in lettura, per riceverlo qualche giorno dopo pieno di segni rossi e punti interrogativi e con il sottinteso di evitare di proporre ulteriori aborti in futuro – e magari di lasciar perdere, perché quell’attività non faceva proprio per me -, forse il problema non ero necessariamente io; mentre realizzavo tutto questo, qualcosa nella mia testa cominciò a girare, seppure a fatica, nel verso giusto. Perché se persino Baudelaire agonizzava sulla pagina di un libro di testo per le scuole superiori, non potevo pretendere di non agonizzare io.

Le connessioni che facciamo non sono mai lineari, né univoche, e quella scoperta letteraria coincise con uno spostamento in fatto di gusti estetici più in generale – anche se non saprei dire se fu una coincidenza, o un processo già in atto in ogni caso – che mi portò ad ascoltare musica diversa, a guardare film diversi, a cominciare a formarmi un mio gusto in cui si sarebbe potuto intravedere, in nuce, la Daria che sono adesso.
Con il passaggio al liceo, cambiarono anche i professori, e ne arrivarono di meno cinerei, dalla mentalità più fresca, più adatti a svegliare le coscienze della futura classe dirigente della Provincia Autonoma. Ma ho continuato a percepire qualcosa di stantio, di imbrigliato e moribondo, nel modo in cui la cultura ci è stata presentata e imposta, come la statua di un santo da venerare e portare sulla spalla nel giorno del patrono, e poi rimettere al suo posto e lasciare nella teca fino all’anno successivo – senza alcuna correlazione con la nostra realtà, con la nostra vita, con il nostro bisogno di espressione.
Tutto questo mi sembra avere un impatto non indifferente sul modo in cui la cultura si diffonde e cambia nel nostro paese – sul fatto che, per la maggior parte delle persone, sia qualcosa da cui sfuggire, piuttosto che un patrimonio comune. E anche su di noi, che con la scrittura ci confrontiamo ogni giorno, e che valutiamo i nostri testi e quelli degli altri in base, per la maggior parte, agli standard che ci vengono da migliaia di Cineree Professoresse. Il che mi riporta a pensare a Baricco, e a quanto sarebbe necessario sporcarsi le mani con la cultura, pasticciare, scombinare e ricombinare (invece che tenerla nella teca), perché abbia qualche speranza di sopravvivere.

Mi si perdoni la parentesi intimistica, che tende a non appartenere a questo Diario. Faccio collegamenti e costruisco relazioni laterali, intuitive, spinta da letture di cui con calma parlerò in modo diffuso.
Poiché però per me il periodo del liceo resta un pozzo nero di inquietudini non del tutto risolte, mi piacerebbe sentire le storie di incontri con la letteratura, e di impressioni ed esperienze scolastiche anche di altri. Così, per parlarne, e confrontarmi.

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