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Accennavo lo scorso lunedì alle parole che non conosco, quelle che uno sente e di cui intuisce il significato, ma non saprebbe riutilizzare in modo produttivo; e al fatto che avrei voluto metterle in fila qui, per rimettere in circolo un po’ di conoscenza (anche perché ho la vanità di credere che le parole che io non conosco non siano parole comuni, che tutti sanno usare tranne me, e quindi penso possa essere di una qualche utilità anche per altri).

Comincio oggi con la prima parola (e già mi aspetto che qualcuno dica: “Ma come, davvero non sapevi cosa vuol dire?”): Iconoclasta.

La cosa è cominciata così: una domenica della primavera scorsa, quando eravamo ancora nella casa vecchia, mi era venuta la smania di pulire tutto quello che vedevo e di buttare ciò che non mi sembrava più necessario tenere. E’ una cosa antica: di tanto in tanto vengo fuori dalla mia pigrizia e vedo all’improvviso davanti agli occhi tutto quello che non ho fatto e ci sarebbe da fare, e così comincio a pulire e liberare spazio con ostinazione quasi ossessiva. Quando stavo a Londra, mi succedeva tutte le volte il giorno dopo aver passato la sera fuori a bere, e da allora mi sono convinta che dietro questo comportamento, veramente del tutto istintivo, ci sia uno squilibrio chimico, o una cosa del genere.
In ogni caso, avevo pulito il tavolino e le sedie del balcone con lo sgrassatore, riorganizzato l’armadietto della dispensa della cucina, pulito il bagno, buttato pagine di appunti di vecchi racconti, scatole di scarpe vuote, creme vecchie di anni, farmaci scaduti, confezioni vuote di vario genere, e stavo per attaccare le scatole di televisori/cellulari/PlayStation sullo scaffale in alto dell’armadio a muro quando il mio ragazzo mi fermò e disse:
“No, quelle servono. Smettila con questa furia iconoclasta!”
L’eleganza dell’espressione effettivamente mi riscosse, e mi andai a fare un caffè, vergognandomi un pochino per i sacchi pieni di roba da buttare ammucchiati davanti alla porta. Mentre sedevo sul balcone, con la tazza di caffè appoggiata sul tavolino bianchissimo, mi venne in mente per la prima volta in modo cosciente quello che dicevo nell’Introduzione: che ci sono tante parole di cui intuisco il significato, ma che non capisco davvero, e che invece mi piacerebbe conoscere. Iconoclasta era una di quelle.

Iconoclasta significa distruttore di immagini sacre, dal greco εἰκονοκλάστης, composto di εἰκών -όνος “immagine, icona” e -κλάστης dal tema di κλάω “rompere”. Ha la sua origine in un movimento, nato nell’Impero Bizantino tra l’ottavo e il nono secolo, che avversava il culto di immagini sacre. La questione è abbastanza affascinante, perché il movimento nacque a causa di due fattori: da una parte l’influenza dell’Islam, e in particolare l’accusa di idolatria che veniva mossa dai Musulmani al Cristianesimo (nell’Islam Dio non deve essere ritratto); dall’altra la diffusione crescente tra la popolazione del culto delle immagini sacre, sostenuta dai monaci.
L’imperatore Leone III nella prima metà del 700 decise di porvi fine e diede inizio, appunto, all’Iconoclastia in tutto l’Impero, che portò a dispute teologiche interne e a scontri anche con la Chiesa romana che proseguirono per tutto il secolo – fino al secondo Concilio di Nicea (787) quando si stabilì la legittimità dell’iconodulia, cioè il culto di Dio attraverso l’immagine sacra (distinta dall’adorazione dell’immagine in sé, considerata idolatria pagana) – con una successiva ondata iconoclastica che durò per tutta la prima metà dell’800.

Oggi, iconoclasta (che è propriamente un sostantivo, anche se, lo dice la Treccani, si usa anche come aggettivo, come nel caso del mio ragazzo: l’aggettivo c’è, comunque, ed è iconoclastico) si usa per definire chi combatte convinzioni e tradizioni fondamentali di una società, e in particolare la religione. Uno scrittore, un artista, può essere iconoclasta.

Io, forse, in un altro tempo avrei voluto essere iconoclasta, anche se oggi mi pare che non sia rimasto più molto da distruggere, e semmai il ruolo dell’artista in questo tempo è di ricostruire, di restituire a questa umanità dispersa un qualsivoglia valore etico e religioso che non abbia a che fare con la merce e con il consumo.

(Per scrivere questo articolo, veramente leggero e privo di reale approfondimento, mi sono rifatta a due fonti: l’Enciclopedia Treccani e la rivista InStoria. Mentre leggevo sono capitata anche davanti a Ingenuità iconoclasta, su Lo Sbuffo, che mi fa piacere consigliare)

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