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Ad ascoltare la voce della vecchia signora di paese che vive in me, non dovrei nemmeno scrivere questo post.
Il fatto è questo: quando scriviamo storie, ci mettiamo dentro una parte di noi. Un ricordo, un’emozione, un desiderio o un incubo che ci portiamo dentro, di cui, prima di sederci a scrivere, forse non eravamo neanche consapevoli. Scriviamo per vivere vite alternative alle nostre, per esplorare situazioni e finali alternativi – per scoprire come sarebbe andata a finire, se noi o altri si fossero comportati in modi diversi, se la situazione fosse stata diversa. Scriviamo per consolarci, o per accedere a una verità più profonda: spesso, quando cominciamo, non sappiamo come finirà.
Al di là di ogni necessità o vezzo estetico, al di là della presunzione di fare ‘arte’, scriviamo perché siamo animali che immaginano – e, se decidiamo di scrivere in modo continuativo (anche quando ogni ragionamento logico ci direbbe di non farlo), lo facciamo perché non sappiamo dove altro mettere tutta l’immaginazione che abbiamo, perché non sappiamo come liberarcene e al tempo stesso provare a metterla a frutto: nel mio caso, perché non so davvero fare nient’altro.

Prendere in mano tutta quella materia pulsante che se ne sta nascosta in profondità (una sorta di lava bollente che sta sotto la superficie di quasi-normalità di cui ci ricopriamo per risultare accettabili) e tirarla fuori come torba umida dalla terra, significa però accedere a una parte di noi che non stento a definire ancestrale, che ha poco a che fare con gli umani acculturati del XXI secolo e molto più con gli umani cacciatori-raccoglitori che disegnavano sulle pareti delle grotte e temevano come divinità la natura e gli agenti atmosferici.
Non so se capite cosa intendo, ma per me la scrittura è un’esperienza in qualche modo religiosa, che non c’entra (non del tutto almeno) con il sostrato culturale cattolico da cui l’Uomo Acculturato del XXI secolo proviene, ma con il timore antichissimo e viscerale verso forze che non vedo e non sento, ma non per questo non esistono e non hanno influenza su di me. Un’esperienza religiosa con tutto il suo carico di vaticini e superstizioni al limite del ridicolo.
Come ad esempio il fatto che i libri che sto usando in questo momento – per studio o consultazione – non devono tornare in libreria per nessuna ragione al mondo, fino a che non sono certa che non mi servano più: la voce della vecchina di paese mi dice che se li rimetto a posto prima del tempo potrei doverli tirare giù di nuovo senza volerlo, dopo un fallimento. Questo vale naturalmente anche per gli esami. Non posso descrivere il caos di libri sulla scrivania a casa, a lavoro, nella borsa, sugli scaffali, nel comodino, per terra, in cui vivo per questa ragione.
O il fatto che non parlo quasi mai delle cose che scrivo – e questo lo sa chi legge questo blog, ma anche le persone accanto a cui vivo, che mi vedono scribacchiare giorno e notte senza poter mai sapere di che si tratta. E’una superstizione anche questa: non si sa mai che l’idea, una volta detta ad alta voce, venga portata via da qualche spirito di passaggio.
O che gli appunti vanno segnati solo nella Moleskine rossa e a penna nera, mentre pezzi di scene e dialoghi possono essere scritti su fogli bianchi A4 piegati a metà ma solo a matita o con una penna nera calcando poco: devono essere come sussurri, ausilii bisbigliati alla sessione di scrittura vera e propria, che avviene solo in determinate circostanze (congiunzioni astrali? Sto cercando un pattern di questo tipo per rendere il lavoro più efficiente, ma finora non l’ho trovato).

E poi c’è un’altra cosa, molto più interessante.
Dicevo che nelle storie che scriviamo ci mettiamo parti di noi, anche se mascherate. Ci domandiamo “cosa succederebbe se…?” e portiamo la risposta alle estreme conseguenze. Ma mentre lo facciamo, camminiamo su cadaveri di persone un tempo familiari e ormai sconosciute, su case, scuole, luoghi che non sono più nostri, su certe idee di noi stessi e degli altri che magari non abbiamo ancora accantonato del tutto.
Perlomeno sulla carta, pensiamo di abbandonare, distruggere, anche uccidere tutta questa roba che è noi. Ed ecco, ogni tanto mi sono rifiutata di farlo: non perché pensassi che qualcuno potesse rimanerci male per quello che avevo scritto, ma perché ho avuto il timore reale che fare del male a un personaggio sulla carta potesse portare del male alla persona a cui era ispirato nella vita vera. E per quanto abbia cercato di convincermi che fosse assurdo, che queste cose non esistono, l’umano ancestrale dentro di me mi ha obbligata a cambiare il finale, a far trionfare il bene e l’amore, nonostante l’intuito mi dicesse che la storia funzionava meglio come l’avevo concepita all’inizio.

Tutto questo, mi rendo conto, ha molto poco a che fare con la Letteratura, ma moltissimo con l’umanità – con la mia specifica forma di umanità. Ma se devo essere sincera, mi sembra di avvicinarmi di più a una qualunque forma di arte affidandomi a questo tipo di sentimenti, che non tenendoli a distanza, dall’alto di una razionalità un po’ anestetizzata che mi sembra guidare la mano di certi artisti di oggi.
Sono anche immersa nella lettura, gradevole e affascinante, di L’Istinto di Narrare di Jonathan Gottschall, che è stato la base di partenza per questo post e che credo sia un modo fantastico per togliersi dalla testa un po’ di sciocchezze pretenziose sulla letteratura provenienti dal sistema scolastico e dal discorso culturale italiano.

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