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Ero alla ricerca di un modello per il modello protagonista di un mio racconto: sembra un gioco di parole ma non lo è.
Il fatto è che tante volte conosci le attività e le passioni, hai un’idea del modo di pensare dei tuoi personaggi, ma non riesci a visualizzarli fisicamente – e di conseguenza a farli muovere nello spazio con naturalezza. Metti che uno è alto un metro e novanta: non vorrai dirlo esplicitamente nel racconto, ma potrai fargli fare dei gesti naturali per uno molto alto, come piegare appena la testa quando passa sotto lo stipite di una porta, o abbassare lo sguardo verso gli altri, che saranno con ogni probabilità più bassi di lui.
Cose così, dico.
E insomma tornando a casa pensavo a che aspetto, che faccia potesse avere questo ragazzo, e mi guardavo intorno alla fermata dell’autobus, circondata dalla folla di impiegate statali, badanti ucraine, studenti del liceo e richiedenti asilo ospitati alla Croce Rossa che popolano abitualmente i mezzi che uso. Sui loro volti, cercavo pigramente la soluzione al problema, quando il mio modello ha raggiunto la fermata e si è appoggiato alla palina dell’Atac a pochi passi da me.
Aveva la pelle chiara e quel portamento nervoso dei ragazzi intelligenti ma insicuri appena usciti dal liceo. Aveva, soprattutto, un naso grande, storto e gobbo come se se lo fosse rotto, che gli spezzava in due i tratti altrimenti delicati e regolari e gli dava un po’ un’aria da bello e dannato, se non è un cliché troppo abusato scriverlo.
Era lui, inequivocabilmente.
Siamo saliti sullo stesso autobus e ho approfittato di quel tragitto per guardarlo e riguardarlo, e per adattare quella maschera al mio personaggio. Poi sono scesa, soddisfatta del mio lavoro, e la cosa si sarebbe chiusa lì, se non fosse stato che adesso continuiamo a incontrarci.

Pare che prendiamo gli stessi mezzi: da qualche giorno lo trovo sul tram la mattina, e alla fermata, o direttamente sull’autobus, la sera. Mi viene da pensare che sia sempre stato lì davanti ai miei occhi, solo che io non riuscivo a vederlo.
In ogni caso, a un certo punto deve essersi sentito osservato, perché adesso quando mi vede mi lancia un’occhiata indecifrabile, di curiosità e imbarazzo.

Io, che sono un essere superstizioso, lo ritengo un segno: questo personaggio – dicono gli dei pagani della scrittura – nelle vesti di questo ragazzo che ti mettiamo sotto gli occhi così spesso, potrebbe essere molto importante per te. Fai buon uso del dono che ti abbiamo concesso.

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