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Poiché abbiamo l’abitudine a dividere i libri in due macro-aree (la Letteratura e l’Intrattenimento), tendiamo anche a dividere i lettori in due categorie: quelli che leggono perché apprezzano il valore della Letteratura, e quelli che leggono per divertirsi, per passare il tempo.
Una quantità enorme di stereotipi si abbatte ogni giorno su entrambe le categorie, così grande che, se fossimo persone oneste, dovremmo vergognarci a ripeterli, anche per la ragione che tutto il discorso, quando viene affrontato da scrittori, ha alla base una tara profonda: chi apprezza la Letteratura, sicuramente apprezzerà anche i loro scritti; tutti gli altri, quelli a cui non piacciono, in fondo non capiscono niente.

Di recente invece ho guardato alla questione da un’angolazione diversa.
Parlando di libri con amici molto diversi tra loro, tutti senza alcuna velleità letteraria, ho cercato di capire meglio in che modo la gente legge, e perché apprezza certi libri oppure no.
Come primo risultato, che non ritengo in alcun modo esaustivo, mi sembra di aver trovato quattro categorie di lettori. Con le loro opinioni e idee, c’entrano com’è ovvio il carattere, il grado e tipo d’istruzione e la quantità di letture.

  1. I primi li conosciamo bene.
    Sono i lettori per cui la storia non conta. Per loro, l’abilità dello scrittore sta tutta nella ricerca della parola giusta, nella bellezza delle frasi e nella complessità del linguaggio. Se c’è una storia sotto, è solo un espediente letterario; se è appassionante, non è un libro che valga la pena leggere.
    Poiché i libri di oggi tendono a essere semplici e più lievi, si rifugiano spesso nei classici, e dichiarano con orgoglio di non aver letto per anni niente di pubblicato dopo il 1960, se ci va bene.
    La conversazione tipo è una cosa del genere:
    Io: “Oh, ho letto un libro bellissimo! L’ho letto tutto d’un fiato, non riuscivo a staccarmi: pure al bagno me lo sono portato”
    Lui: “Ah sì, guarda, se lo stava leggendo mia suocera al mare, anche lei ha detto che è carino. Io ho appena finito di rileggere La Recherche invece. Tu l’hai letta, sì, vero?”
  2. Per qualche verso vicini ai primi, ma molto più sinceri, sono quei lettori che cercano sempre un significato recondito, un’interpretazione alle proprie letture. Sono stati influenzati da troppe analisi e parafrasi del periodo scolastico, e hanno perso il piacere della lettura per sé stessa.
    Sentirsi raccontare una storia per loro non è sufficiente: hanno bisogno che ci sia il sigillo della letteratura, qualcosa da ricercare di più elevato a livello formale e concettuale, altrimenti cominciano a domandarsi se ne valga la pena.
    Se gli va bene, dopo qualche anno riescono ad abbandonare lo zelo interpretativo e si decidono a leggere i libri che li attraggono davvero (il giallo, il mistero, il fantastico), per ciò che sono. Altrimenti finisce che smettono del tutto: sono spesso quelli che si dichiarano troppo impegnati per leggere.
    La conversazione tipo è così:
    Io: “Hai letto questo libro?”
    Lui: “Ah, sì! Io ci ho visto una riflessione sul significato della vita e l’inutilità della paura della morte, insieme a una forte critica al capitalismo occidentale. Tu che ne pensi?”
    Io: “Scusami, ma non era una storia di cani?”
  3. Una categoria da cui sono in parte spaventata e in parte attratta è quella dei lettori che chiamo scientifici.
    Sono lettori che non si fidano degli scrittori. Non si abbandonano alla malia delle parole e cercano invece i fatti, la realtà in ciò che leggono. Non li si inganna con immagini e facili suggestioni: hanno i propri sentimenti, e di quelli suggeriti dagli altri non sanno tanto che farsene.
    Non sono inclini alla sperimentazione; vogliono invece storie di cui riescono a vedere il fondo, che possono rivoltare come vogliono e ancora trovarci un senso, se no si sentono ingannati. Cercano una logica, una coerenza interna.
    Sono lettori scientifici, perché per loro il racconto è una formula matematica: serve una dimostrazione perché risulti vero.
    La conversazione è così:
    Lui: “Questo libro non l’ho capito”
    Io: “Ma come? Tutta la sperimentazione linguistica… E poi quelle riflessioni fantastiche sulle conseguenze del capitalismo”
    Lui: “Sì, sì, ma non si capiva il senso. Ci sono personaggi che appaiono una scena e poi scompaiono, e il protagonista cosa fa nella vita? Mica te lo dice. E poi non si capisce come finisce”
    Io: “Beh, era un finale aperto, lo scopo del libro non credo fosse proprio questo”
    Lui: “Secondo me non è chiaro. Non mi ha convinto”
  4. Sembra un ossimoro ma non lo è: sono i lettori forti che non leggono.
    Sono di solito amici di quelli per cui la storia non conta, con la differenza che parlano di libri ma non li leggono.
    Seguono invece giornalmente riviste e blog letterari importanti e quello è il loro modo di leggere libri – quel tanto che basta a cogliere qualche nome nuovo, a capire in che direzione va la letteratura, per poter poi mostrare di saperne.
    In realtà, leggono uno o due libri l’anno.
    La conversazione tipo è così:
    Lui: “Veramente ti stai leggendo questo?”
    Io: “Scusami, ma l’hai letto?”
    Lui: “Più o meno”
    Io: “Cioè non l’hai finito?”
    Lui: “No, ma mica i libri vanno letti tutti, basta sfogliarli e capire un po’ come sono fatti. Voi con questa fissazione del finale…”

Come ho detto, non è in alcun modo una lista esaustiva – e ho sempre gli occhi aperti a scovare qualche modo diverso di avvicinarsi (e a volte leggere) i libri. Non fosse altro, per amore della classificazione.
Qualcuno ha suggerimenti?

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