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A volte per raggiungere un obiettivo bisogna fare dei sacrifici: lasciare indietro tutto, e più di tutto le cose che ci piacciono, per tenere lo sguardo fermo su un punto.
È ciò che ho fatto negli scorsi sei mesi, con la necessità di concludere nel modo migliore possibile un percorso per molti versi accidentato, che ho pensato diverse volte di abbandonare.

Ho scritto la mia tesi, l’ho revisionata decine di volte, l’ho stampata e infine l’ho anche discussa. E quello che pensavo sarebbe stato una fatica da cui non sarei uscita indenne si è rivelato invece una palestra eccezionale, da molti punti di vista.

  • Ho dovuto leggere libri meravigliosi, che chissà se avrei letto altrimenti; ne ho raccolti molti altri, che chissà se leggerò mai.
  • Mi sono obbligata a sedermi e scrivere, incurante dell’angoscia e della paura, anche senza sapere dove sarei andata a parare. Facendolo ho scoperto che, se ti costringi a riflettere e segui fino in fondo le tue intuizioni, arrivi sempre da qualche parte.
  • Ho imparato da Roland Barthes la differenza tra studium e punctum, che vale per la fotografia ma anche per qualunque altra cosa. Ne ho tratto che fidarci di ciò che ci colpisce è molto meglio che seguire l’interesse blando, educato.
  • Ho capito che raccontare ciò che si fa e farlo per davvero sono due cose molto diverse. E che preferisco di gran lunga la seconda alla prima.

Questa è la ragione per cui anche ora che sono libera non mi dedicherò al blog con molto più impegno: mi sembra che l’ansia di raccontarsi distolga dai pensieri migliori; che disperda energie che possono essere sfruttate per creare qualcosa di vero.

Sono anche arrivata alla conclusione che i post di un blog personale (tutt’altra storia è scrivere per gli altri) non siano, come credevo, un buon esercizio di scrittura: hanno qualcosa della performance agonistica, di correre il più veloce possibile per raggiungere un traguardo (far credere agli altri che siamo fighissimi e super-fantastici) – salvo che questo traguardo non esiste. Gli altri, se ci giudicano, lo fanno per ciò che trasmettiamo, non per come ci mostriamo.
Uscire dalla logica del fare per ottenere una gratificazione immediata (con conseguente rilascio di dopamine) è l’unico modo per produrre qualcosa di valido per davvero. Che è ciò che vorrei fare ora che ho concluso questo capitolo della mia vita.

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