Poche indiscutibili verità riguardo la scrittura

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1. Le idee provengono dal Mondo delle Idee, un luogo misterioso a cui non si può accedere liberamente: è lui a decidere quando schiudere le sue porte. Generalmente lo fa nel dormiveglia delle quattro del mattino, quando i mostri vengono fuori da sotto il letto e lo scrittore non tirerebbe fuori una mano da sotto le coperte per nessuna ragione al mondo – o mentre lava i piatti: di conseguenza, la maggior parte delle idee va persa non appena lo scrittore si riaddormenta, o mentre cerca uno straccio con cui asciugarsi le mani.

2. Se per caso le porte si schiudono in un momento più propizio e lo scrittore ha a disposizione qualcosa su cui segnarle, la penna non funziona (o smette di funzionare dopo poche righe).
2-bis. Se trova una matita, è spuntata.
2-ter. Se deve cercarne un’altra, per quando l’ha trovata l’idea ha già raggiunto qualcun altro.

3. Se lo scrittore è sui mezzi pubblici e il panorama desolato dei palazzi scrostati e variamente imbrattati di scritte (pardon, street art) riesce a smuovere per un attimo le porte del Mondo delle Idee, ci sarà sempre una che racconta al telefono i dettagli della sua vita sentimentale proprio accanto a lui, che sarà morbosamente attratto dalla sua storia, e distratto dall’idea.

4. Quando lo scrittore è convinto che l’idea fortuitamente rubata al Mondo delle Idee sia proprio quella giusta, la migliore che gli sia mai capitata, se la lascia maturare un paio di giorni la troverà marcia.

5. Tirando in ballo queste poche indiscutibili verità, lo scrittore può sempre giustificare con se stesso la scarsezza e la pochezza delle proprie idee.

Credo in una sola Grammatica onnipotente

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Ci sono e non ci sono: sto finendo di preparare un esame di Lessico, che proverò a dare domani un po’ come viene, e ho cercato di evitare per il tempo necessario ogni possibile distrazione.
E’ un esame fatto di regole e classificazioni morfologiche, sintattiche, semantiche, a cui non riesco davvero ad appassionarmi: di conseguenza ho cercato di comprimere più informazioni possibile nella testa, e speriamo che mi bastino.

Tuttavia, non mancano anche qui alcune questioni di un certo interesse, anche ai fini del nostro discorso sulla narrativa. In uno dei libri per l’esame (a cui accennavo anche in un post di qualche mese fa) si analizzano i verbi facendo un confronto tra le regole della grammatica tradizionale (come quella di Serianni) e le prospettive della linguistica, che si basa su analisi, comparazioni e test per definire usi e significati delle forme verbali che usiamo e trarne un sistema (o una serie di sistemi) coerente.
Ciò che ne viene fuori, più di tutto, è che la grammatica tradizionale (quella dell’analisi grammaticale, logica, delle tabelline e delle regole di consecutio) è più valida come mezzo di classificazione e ausilio allo studio e alla memorizzazione, che non per la descrizione degli usi “reali” della lingua; che l’uso che facciamo dei verbi non è propriamente quello descritto dalle etichette con cui le nominiamo (Passato Prossimo e Passato Remoto indicano davvero due passati diversi per distanza temporale, o piuttosto la prospettiva da cui si guarda alla situazione? E come la mettiamo con la storia che al nord il Passato Remoto è praticamente estinto, mentre al sud è vivo e vegeto?); che la lingua cambia con lo scorrere del tempo (il Manzoni scriveva la forma stare+Gerundio “stette aspettando” ed era accettabile, per noi non lo è più) e a seconda del luogo in cui è parlata (senza fare una distinzione qualitativa tra una Grammatica corretta e perfettamente standard e gli altri: i”dialetti”, le varianti regionali, gli usi “parlati”) e che, a volerla conoscere davvero, la si deve guardare per com’è usata per davvero.

Per me, che sono una refrattaria alle regole (soprattutto quando non hanno fini pratici evidenti), tutto questo è aria fresca contro le prescrizioni della Lingua Unica che o conosci o non conosci.

C’è una questione, in particolare, su cui si sofferma il nostro Squartini, che dovrebbe interessare particolarmente chiunque scriva narrativa, per questioni di consapevolezza: quella dell’uso dei tempi verbali nella costruzione di un testo.
In breve, si osserva che, al di là del significato che le forme verbali hanno “di per sé”, quando inserite in un testo narrativo assumono un ruolo completamente diverso: il Passato Remoto fa procedere la narrazione ordinando gli eventi in sequenza, l’Imperfetto descrive invece la situazione di sfondo.

Il colonnello si trovò ad un tratto nella sala delle riunioni, dinanzi a tutti gli ufficiali schierati […]. Sopra la macchia azzurra delle divise splendevano di pallore facce singolari, ch’egli stentava a riconoscere.

Dal linguista Benveniste, questi sono detti temps de l’histoire, che si contrappongono al Passato Prossimo, che è invece temps du discours perché si usa nei dialoghi:

Drogo disse: “Io non ho fatto domanda”.
“Non ha fatto domanda”
“Signornò, l’ho saputo soltanto due giorni fa che ero stato assegnato alla Fortezza”

Ho preso gli esempi da il Deserto dei Tartari, tirato giù a caso dalla libreria, per verificare io stessa la veridicità di questa teoria che a intuito approviamo tutti.

Tutto questo per dire che la lingua è prima di tutto uno strumento, che fa all’incirca quello che noi le chiediamo di fare, e che la lingua scritta segue delle regole proprie che sono lì apposta per essere piegate ai fini della comunicazione. E che, quando noi che tracciamo delle righe tra Noi-che-sappiamo-La-Grammatica e Tutti-quegli-altri-che-non-la-sanno, stiamo più di tutto disegnando i confini di una comunità, per innalzarci rispetto ad altri esseri umani. Stiamo facendo delle discriminazioni.

L’altro giorno ne ho fatta una io: ho deciso in un attimo di non seguire il blog di una ragazza che dice di pubblicare romanzi ma, nel parlare di un libro, cominciava il suo post con un “è” al posto di un “e”. Non ho idea di come scriva romanzi, né mi sono chiesta se fosse un semplice refuso: ho avuto solo la necessità istintiva di escluderla dalla mia cerchia di persone degne di parlare di libri, per via di un errore di ortografia.

Eppure la lingua cambia. E magari tra cent’anni sarà perfettamente accettabile scrivere “qual’è” con l’apostrofo o “un pò” con l’accento, visto quanto sono pervasivi nell’uso comune. E noi che stiamo qui a discutere di come e quanto e perché una forma è giusta e le altre no, e cerchiamo la risposta definitivamente corretta con cui sbugiardare gli altri; noi per cui lo sport nazionale è deridere chi parla e scrive male; noi che ci sentiamo migliori ad aver studiato bene la grammatica a scuola, ad aver fatto il liceo e l’università, saremo superati dai fatti.
La lingua è democratica: permette a tutti di comunicare ciò che sembra rilevante comunicare, nel modo che sembra più opportuno. Siamo noi a renderla una trappola mortale, uno strumento di divisione e prevaricazione.

Non pago affitto, ovvero a cosa ci serve l’arte

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maxresdefaultQualche sera fa ho visto per la prima volta (in ritardo come al solito) un video di Bello Figo, il rapper ghanese di cui pare parlino tutti, e devo dire che sono rimasta folgorata.
Non ho intenzione di addentrarmi in analisi politiche o sociologiche del soggetto in questione: siamo tutti in grado di comprendere il senso della provocazione, e la prova della sua efficacia sta nel fatto che solo vecchi tromboni come la Mussolini (che, per l’idea che mi sono fatta del Ventennio, se il nonno da dove sta la sentisse la manderebbe al confino in qualche isola del Mediterraneo) riescono a prendere i suoi video come un insulto ai poveri italiani in difficoltà, mentre la parte sana della popolazione sorride e applaude – l’unica cosa giusta da fare.

Ciò che mi ha colpito davvero di Non pago affitto è la creatività. So che sarò presa a male parole per questo, ma ho visto molta più arte in quel video su Youtube che in molti romanzi e film d’autore degli ultimi anni: se l’arte ha a che fare non tanto (o perlomeno, non in prima istanza) con l’aderire a dei criteri estetici, ma con l’utilizzarli per innovare e per provocare un’emozione in chi gode di un’opera, mi sembra che Bello Figo, nel suo modo eccentrico e istintivo, colga nel segno molto più della maggior parte di noi piccoli intellettuali che ci vestiamo di carta stampata per coprire il vuoto di quello che abbiamo da dire.
Di fondo, da dove ci guarda lui, ci percula tutti: i tromboni di cui sopra, in modo chiaro, ma in modo più sottile anche noi che lo applaudiamo perché messi di fronte, inermi, ai nostri stereotipi (dai, giù con l’ipocrisia: chi ha più il coraggio di dire che è bene accogliere tutti in casa nostra chiunque sia e da qualunque luogo venga?), e lo fa utilizzando il mezzo per eccellenza dei grandi discriminati dell’Occidente, i neri degli Stati Uniti – un mezzo che riconosciamo ma che teniamo sempre un po’ a distanza, come un corpo estraneo (“Ma che è, musica quella?”).
E per questa ragione, ci sorprende e ci fa provare un sentimento complesso, alto, che impone perlomeno un barlume di riflessione anche ai meno propensi, che è già molto più di quanto riescano a produrre le opere esteticamente perfette e moralmente morte di artisti anche celebrati.
Non so se riesco a spiegarmi, amici scrittori: buttate via tutto, e andiamo in massa a lezione da Bello Figo.

C’è anche un’altra questione che mi pare importante. E cioè che al di là dei poveri fascistelli di periferia (quelli che imbrattano i muri in nome della Patria), gli adolescenti lo adorano e lo ritengono davvero figo, e da questo dovremmo trarre la conclusione che tutte le nostre povere polemiche sull’integrazione e il multiculturalismo sono destinate a riassorbirsi nel giro di una ventina d’anni, perché loro non si pongono il problema: sono già oltre (così come io e molti altri adolescenti di dieci anni fa eravamo già oltre il problema dell’omosessualità, e vedevamo come chiacchiere già superate le polemiche sui gay che si baciano in pubblico, o che vivono insieme, o che si sposano. In questo senso, mi sa che nel momento in cui ti affacci alla vita adulta, in cui cominci a essere rappresentato nella sfera pubblica, sei già vecchio).
Ho sempre pensato che per tastare il polso del mondo di domani bisognerebbe semplicemente mettersi ad ascoltare gli adolescenti, che assorbono ciò che il mondo gli offre e glielo restituiscono stravolto, rinnovato in modi molto spesso ancora incomprensibili: loro sono già il domani, ma ancora non sono in grado di esprimerlo in modo coerente – ché la coerenza è propria dell’età adulta, e, anzi, già il solo sforzo di raggiungere una certa coerenza interiore obbliga ad abbattere e mettere da parte molte intuizioni, aspirazioni, identità, per essere comprensibili agli altri.

Torno a scrivere quindi, con qualche difficoltà dovuta alla mancanza di esercizio, dopo settimane di immersione nel mondo dei giovani di cent’anni fa. L’esame sul Fascismo è andato, ed è stato forse il più pregnante e pieno di stimoli di tutta la mia carriera universitaria (se solo riuscissimo a guardare agli eventi passati, anche a quelli che riteniamo turpi, con un certo senso umano, non tenendoli a distanza come altri rispetto a noi, ma cercando di vivere le inquietudini, gli stati d’animo di chi ne è stato protagonista,  avremmo forse qualche vaga speranza di non fare disastri troppo grandi in questo mondo).
Mentre non scrivevo, ho visto Paterson e The Arrival, e ho cominciato a guardare The Young Pope, e probabilmente mi capiterà anche di parlarne. Intanto devo vedere di ricordarmi come si fa a mettere insieme un abbozzo di racconto.

Due cose non interamente scollegate

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La prima è che c’è un mio guest post sul blog del carissimo Salvatore Anfuso, in cui tratto un argomento a cui accennavo il mese scorso qui, e cioè tutto ciò che uno scrittore alle prime armi dovrebbe tenere a mente quando decide di mettersi a scrivere – o meglio, tutto ciò che finora ho capito al riguardo.

La seconda riguarda Paolo Cognetti, un giovane autore da poco pubblicato da Einaudi che non ho ancora letto, salva qualche visita sul suo blog, ma da cui sono decisamente attratta, sia per i temi che tratta sia per lo stile di vita che ha scelto: parla di entrambe le cose, nonché del modo in cui li ha raggiunti, in questa incantevole intervista sul Corriere della Sera di oggi.
Lo sento molto vicino, in questo momento di raccoglimento, in cui cerco di sfondare il muro delle banalità e raggiungere ciò che per me ha davvero valore.
«Quel motto è la sola regola che mi sono dato quando scrivo: ama i tuoi personaggi e poi fai quello che vuoi. Se c’è l’amore, qualunque cosa racconti non può fare male», dice, e non lo vedo troppo lontano dal discorso di ieri sull’umanità di Schmitt e sul raggiungere l’essenziale.
Quindi consiglio di leggerlo a chiunque stia seguendo questo tipo di riflessione.

Il fascino discreto del cercare l’essenziale

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cover_9788866324003_369_600Sto leggendo dei racconti di Éric-Emmanuel Schmitt, che è un signore piuttosto famoso soprattutto in Francia e in Belgio, un drammaturgo e romanziere, pubblicato in Italia in modo esteso da E/O – una casa editrice a cui peraltro mi sento sempre più vicina, nel panorama un pochino scialbo dell’editoria romana, perlomeno ai fini del discorso che sto per affrontare.

Schmitt è stato una presenza dicreta e costante dei miei anni romani: ho cominciato a leggere Ibrahim e i fiori del Corano, il suo libro forse più sentito in Italia, per caso un pomeriggio e nel tempo ho preso in prestito e poi ricomprato alcune sue raccolte di racconti su cui torno periodicamente – e un romanzo, molto meno amato ma in compenso autografato alla Fiera della piccola editoria di un paio di anni fa.
Conosco quindi solo una parte piuttosto limitata di una produzione molto ampia che non ho mai cercato con molto impegno, per la ragione che Schmitt mi capita davanti sempre per caso nei momenti in cui ho bisogno di lui, di solito in forma di racconto breve.
Lo stesso è accaduto poco prima di Natale, passeggiando in pausa pranzo in una libreria che di solito non frequento e dove, nella sezione Sconti, ho trovato La sognatrice di Ostenda a veramente pochi euro.

Lo sto leggendo in questi giorni, in un periodo privissimo di scrittura – tant’è che anche il blog tace – ma denso di ragionamenti, in cui mi domando che cosa valga la pena scrivere, che cosa mi renderebbe felice portare fino alla fine, e rivedo temi, necessità, impulsi di scrittura poi finiti nel nulla.
Le storie di Schmitt sono essenzialmente storie di amori, di passioni, di emozioni al di fuori dagli schemi e dai cliché: racconti di amori passati e apparentemente impossibili, di passioni sconvenienti – di personaggi che crescono, che lottano contro sé stessi e si scoprono attraverso i sentimenti che provano, mettendo in discussione ciò che hanno sempre creduto vero di sé e del mondo per accedere a una verità più profonda.
Il tutto mettendo via ogni vezzo estetico, ogni imbroglio letterario, alla ricerca di una lingua pulita e semplice che punta all’immedesimazione totale nei protagonisti: con il risultato che sono storie vere e proprie, che cominciano in un punto A e finiscono in un punto B senza involuzioni, senza che, una volta giunto il finale, il cambiamento sia in alcun modo reversibile.
E’ un grande narratore dell’umanità contemporanea – della sua quotidianità e della sua esistenza puerile e difficoltosa, delle sue passioni e ossessioni – che osserva sempre con sguardo preciso ma indulgente, con amore e tenerezza.
Che si nasconde per fare posto a ciò che racconta, che non pretende di mostrarsi, di farsi notare, di far gridare al genio.

Tutto questo mi attrae molto, perché si pone radicalmente all’opposto rispetto alla povertà morale e intellettuale di tutti questi autori che scrivono per fare mostra di sé e della loro presunta eccezionale unicità, dando vita poi a opere mediocri, pubblicate da case editrici che si lagnano dell’ignoranza del grande pubblico e poi esaltate come capolavori dalla cultura barocca in cui siamo immersi – che sempre più mi sento in dovere di rifiutare.

(Un paio d’anni fa, sono andata a vedere, mi pare al Vittoriano, una mostra di Giorgio Morandi – quello delle bottiglie, per intenderci. Ricordo di esserne uscita con un’impressione profonda, che mi sono portata dietro a lungo e che credo abbia contribuito, in sottofondo, a formare questo rifiuto dell’estetizzazione sempre più militante, se mi si passa il termine: c’era in lui, nella sua ricerca della luce, della posizione e della rappresentazione perfetta, un costante tendere verso l’essenziale, verso ciò che davvero conta, che mi era parso l’unico antidoto possibile alla vacuità in cui viviamo.)

Come si può intuire, sono alla ricerca di una sintesi, di una razionalizzazione che mi consenta di smettere di sbandare e che mi porti a scrivere qualcosa in cui credo davvero, abbastanza da non stancarmene e da non abbandonare il campo prima che la partita sia finita.

The fairest of seasons. Ovvero: nuovo anno, nuove sfide

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a3765bfec51242425b507be4b8283271Come si è notato, mi sono presa una pausa. Ho letto, scritto, studiato (mi sono goduta la casa, la famiglia, i gatti). Soprattutto, mi sono tirata fuori per qualche giorno dalla routine di notizie-notifiche-Facebook che mi sembra inquinarci costantemente i pensieri e inibirci il ragionamento.

Ho guardato film, invece, immaginandoli come parola scritta, traslata in immagine solo in una fase successiva. Alla base, c’è sempre una storia, che rispetta i soliti canoni delle storie più vecchie del mondo, ma con una differenza essenziale: lo sceneggiatore non si può nascondere. Non può fare magheggi, imbrogli, giochi di prestigio: affidarsi al riassunto (al volgare spiegone), al pensiero del personaggio, alla riflessione della voce narrante sulla vita – buttarla in caciara, ecco – tutte le volte che non sa risolvere una scena o non ha il coraggio di portare fino in fondo le vicende che ha innescato. Non può perché ha solo due strumenti: lo scenario e la voce, le azioni, lo sguardo dei personaggi; e se quello non ha senso, è strampalato, o improbabile, sarà subito evidente. Che poi è quello che dice il solito signor McKee in Story.
E ne ho tratto che lo scrittore è molto più fortunato dello sceneggiatore, ma dovrebbe cercare di rispettare le stesse regole, se vuole cercare di produrre qualcosa che sia veramente di valore.

In parte con la stessa ottica ho riguardato I Tenenbaum – dopo quel fine settimana di qualche anno fa in cui avevo visto in fila quasi tutti i film di Wes Anderson, uscendone una sensazione di benessere e malinconia a cui ancora penso come a una magia – e ho imparato le seguenti cose:

– Che Anderson rispetta alla lettera tutte le regole di costruzione di una storia, che è piena di rovesciamenti e colpi di scena, ma che noi rimaniamo con l’impressione – come per un sacco di romanzi – che le stia anzi stravolgendo, e che non succeda nemmeno poi granché, perché è tutto meravigliosamente impregnato del suo immaginario.
– Che riuscire a guardarsi dentro abbastanza bene da accedere al proprio immaginario, e poi viverci dentro, nutrirlo e lasciarlo crescere, è la chiave per scrivere qualcosa di veramente bello e originale. Non tanto comporre belle frasi, che trovo sopravvalutato, in quanto punto di partenza, e non di arrivo, della narrativa.
– Che una volta costruito questo immaginario, praticamente ogni storia (con dei limiti) ci può fare un bagno dentro e uscirne ‘tua’, purché sia ben congegnata e che tu abbia scenario-personaggi-vicende all’altezza della situazione.
Una dimostrazione? Nei Tenenbaum, c’è un semi-incesto, che è la chiave di volta di ben due personaggi fondamentali – a mio parere i più belli, o perlomeno quelli che più mi hanno toccata. Ora, se io dico la parola ‘incesto’, praticamente chiunque rabbrividisce e arriccia il naso dal disgusto, e se vuoi scrivere una storia disturbante, di solito ci ficchi dentro questo cliché, con qualche bacio raccapricciante tra fratelli. Tuttavia, l’amore di Margot e Richie è di una purezza e di una gentilezza perfettamente in linea con lo stile di Anderson e non causa alcun tipo di disturbo. Perché? Certo, perché non è proprio un vero incesto (ma loro soffrono proprio come se lo fosse), ma anche perché è filtrato dal suo immaginario puro e gentile, che mi immagino come uno di quei filtri delle fogne, solo molto più potente: ci butti dentro qualunque sporcizia – capelli bagnati, carta igienica, feci umane e sabbietta per gatti – e ne esce acqua fresca e pulita.
Ma senza personaggi all’altezza della situazione, senza Margot e Richie così come sono e lo scenario di casa Tenenbaum e tutte le vicende collegate, sarebbe stato solo un mezzo incesto un po’ volgare.

Comincio il 2017 da qui perché mi sembra un riassunto efficace delle sfide che mi troverò ad affrontare in quest’anno, sempre con l’obiettivo – l’unico veramente importante – di inseguire la verità e la sincerità nella scrittura, ovunque siano nascoste.

Del Natale, di fascismi e strutture narrative, tutto in un unico calderone

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Sono in un momento di stallo.
Mi piacerebbe un po’ essere come tutti questi blogger che seguo che pianificano la pubblicazione, e scrivono post natalizi, e fanno bilanci dell’anno. Ma non lo sono: io scrivo post quando mi sento di farlo, seguendo le riflessioni e le spinte emotive del momento, e in questo senso il Diario Creativo è un vero e proprio diario.
E il momento, adesso, è quanto mai di riflessione.

Da una parte, sto cercando di preparare un esame di storia e sono quindi presa da diverse letture sul Fascismo. Mi ritrovo con un piede nel nostro inizio di secolo e con un altro nello scorso, immersa in due mondi densissimi di cambiamenti e inquietudini, per molti versi simili, e sono alla ricerca di un modo per esprimere in termini, per così dire, produttivi questa sensazione.

Dall’altra, sono in fissa con la struttura delle storie.
Sto leggendo un libro di Robert McKee, che è un signore americano che insegna sceneggiatura e che si occupa proprio di questo: dei meccanismi delle storie e di perché alcune storie funzionano e altre no; e vedo, di conseguenza, strutture, atti, generi ovunque.
Credo che sia un passaggio definitivo e irreversibile, nel senso che, nel momento in cui cominci a porti domande sul senso della storia che vuoi raccontare, e su quale sia lo schema giusto per farlo, non puoi più scrivere così come viene, con leggerezza, lasciandoti ispirare da un’immagine o da una sensazione – posto che tu sia mai riuscito a farlo.

Avevo, ad esempio, espresso in altra sede il desiderio di scrivere per il blog delle brevi storie su questa faccenda molto attuale (e che ho molto a cuore) della post-verità, e avevo già un paio di idee e persino una mezza stesura, quando mi sono accorta che quello che avevo in mano non era un racconto – e nemmeno un abbozzo di racconto – ma un fatto.
Il fatto è questo, di quest’uomo che è entrato in una pizzeria con l’idea di fare una strage (grazie a Dio evitata) perché aveva letto la notizia, ovviamente falsa, che la Clinton gestiva un bordello clandestino sul retro.
Che mi pare una faccenda molto in linea con il mondo in cui siamo.
Ebbene, mi sono detta che qualcuno deve pur averlo scritto questo articolo. E se l’uomo avesse davvero fatto una strage? Se ci fossero scappati dei morti, quello che ha scritto l’articolo si sarebbe dovuto ritenere responsabile per aver diffuso una notizia? O il fatto che fosse vera o falsa non avrebbe cambiato poi molto, perché per arrivare a prendere in mano le armi e sparare sulla folla devi avere degli altri problemi e quindi forse l’avrebbe fatto comunque, a prescindere dalla notizia?
Tutto questo è materiale per una storia, ma non è la storia in sé.
La storia ha un inizio, uno svolgimento e una fine: oppure può coglierne un passaggio, lasciando lo schema nell’ombra, ma comunque presente. Ebbene, sono rimasta invischiata in tutto questo intrico di ragionamenti, su chi fosse il protagonista vero di questa storia (quello che scrive l’articolo, quello che lo legge e va a sparare, una vittima della sparatoria, il titolare del locale?), o meglio, quale di questi fosse il punto di vista giusto per cogliere il senso vero di questa storia; e, di conseguenza, quale fosse il senso vero, ciò che volevo dire, cogliere, lasciare al lettore raccontandola.
E mi sono accorta che non c’era nessun senso: la mia presunta storia non era che una suggestione, uno spaccato di vita, un’inquietudine senza nome.

E non mi è bastato. Ho capito che non mi basta più dare voce a una suggestione, usare metafore evocative per dare assaggi di presente. Questa è roba per principianti – o per maestri della narrazione, anche, ma in pochi possono fregiarsi di esserlo.
Io vorrei scrivere qualche cosa che abbia un senso compiuto dall’inizio alla fine, e che, compiutamente, porti il lettore a immedesimarsi e cogliere infine il mio punto di vista sulla vicenda che racconto senza che io debba spiegarglielo (senza spiegoni, per intenderci, senza riflessioni dei personaggi, senza chiacchiere). E tutto questo, mi pare, passa per la maggior parte sotto silenzio quando si leggono e analizzano le storie.
C’è una complessità nascosta, al di sotto della superficie di belle metafore e lingua artefatta dietro cui un sacco di scrittori (anche importanti, anche di successo) si nascondono, che mi pare il sintomo di una profonda decadenza. E sto cercando di accedere a quel livello lì, dove sta veramente il senso di scrivere. Che passa per delle domande fondamentali, da farsi con estrema sincerità: qual è la mia visione del mondo? Che cosa è davvero importante per me? Quello che è importante per me può essere importante anche per gli altri? Qual è il modo migliore per esprimere ciò che credo possa essere importante anche per gli altri?
Ecco.
Ieri sera in tv c’era l’ultimo Star Wars ‘classico’, il Ritorno dello Jedi. Già qualche anno fa mi ero sorpresa dallo spessore morale e umano dell’intera vicenda, con cui, per inciso, sono cresciuta: c’è un conflitto tra bene e male assoluto, irrimediabile, ma il male non è qualcosa di altro, di estraneo ai protagonisti. E’ parte di loro, fa parte del loro sangue, della loro famiglia: Luke deve accettare questo, e deve soffrirne terribilmente, e affrontarlo e farsene tentare, e poi respingerlo con tutte le sue forze, sollevandosi al di sopra del bene e del male com’erano prima, per riuscire a trionfare (questo schema peraltro, se ci pensate, funziona all’incirca nello stesso modo anche in un’altra grande narrazione del nostro tempo, Harry Potter, tanto che mi è venuto da pensare che forse non sarebbe esistita com’è, senza il precedente di Luke Skywalker).
Per riuscire a narrare questo, in qualunque scenario lo si metta – storico, contemporaneo, intergalattico – ci vuole un’onestà intellettuale, una conoscenza dell’animo umano e di quali sono i suoi conflitti profondi, mica da poco. Al di sotto dell’avventura, delle astronavi, delle spade laser, c’è questo, senza cui tutto il resto non sarebbe che un esercizio di stile.

Ecco, vorrei smettere di fare esercizi di stile, e cominciare a dire delle cose per davvero.

La maestra di danza

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untitledForse si sarà colto qua e là per il blog, ma ho una passione per la danza.
E’ un amore piuttosto antico, probabilmente precedente anche alla scrittura, che mi ha accompagnata nel corso degli anni, anche se, come altre cose, l’ho presa e lasciata più volte.
In ogni caso resta un punto di riferimento essenziale e una fonte di ispirazione praticamente infinita: l’argomento tornerà più avanti, nella prima metà di gennaio, ma c’è qualche cosa, nella pratica della danza, che ha a che fare con la pazienza e la disciplina e la fatica e la sofferenza di far sembrare semplici cose difficilissime, che ha delle somiglianze evidenti con la pratica della scrittura, perlomeno come la intendo io.
Di ballerine, e scarpe da punta, e pirouettes e stretching è pieno tutto il mio immaginario, senza cui io non sarei io.

Direttamente da questo mondo viene fuori La maestra, un racconto che ho scritto il mese scorso e che questa mattina è stato pubblicato sul MAG O.

Dateci un’occhiata, se vi fa piacere.

Per scrivere bisogna prima leggere. E se invece fosse il contrario?

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Per scrivere bisogna leggere.
Perché è questo, no?, il super-stereotipo della scrittura: lo dicono tutti, i nonni, i genitori, i professori, tutti coloro a cui avete detto, in un disgraziato momento di debolezza, che vorreste scrivere.
Il fatto è che è vero, non c’è niente da dire. Mi pare ovvio: se non ti piace l’idea di prendere in mano un libro e passarci dentro qualche ora, se non provi almeno un po’ di attrazione per la carta stampata, se le parole, le storie non ti interessano, ma che ti scrivi? Se tutto questo non ti affascina, come ha fatto a venirti in mente di scrivere?

E tuttavia mi è sempre parso che la frase in questione sia sufficientemente vaga da poter essere usata dagli stessi nonni, genitori e professori per:
1. mascherare l’incapacità di dare suggerimenti migliori
2. riportare i giovani all’ovile, allo Studio propriamente detto, dando a intendere che il momento di scrivere le proprie storielle arriverà solo dopo aver letto e studiato le cose importanti.

Di recente però sto mettendo un po’ in discussione questa faccenda del leggere.
Non nel senso che ho smesso, sia ben chiaro; tutt’altro. Però mi sembra che, di tutti i libri che ho letto pensandoli come un dovere, non mi sia rimasto mai molto. Li ho amati, magari, anche tanto, ma mi pare di capire che ci voglia della tecnica, per imparare a scrivere a partire dalla lettura: che non basta leggere il libro e scorrerlo, che non basta osservarne lo stile, per trarne qualche cosa di utile per la propria scrittura (per trarne qualcosa di utile dal punto di vista umano invece basta eccome, eh, non confondiamo i due piani).

Credo che si impari a scrivere per tentativi, prendendo spunto da quello che fanno gli altri, fino a che non si capisce come inventare modi propri. In questo senso Daria da ragazzina, che senza alcuna tecnica scriveva storie piuttosto simili a quelle che leggeva, cercando di riprovare le stesse emozioni che le aveva dato la lettura, era un passo avanti rispetto a quello che le è stato infilato nella testa dopo.
A intuito, senza preoccuparsi di plagio o di questioni di creatività, capiva che la strada giusta era fidarsi delle storie che le piacevano, che tendenzialmente erano piuttosto semplici, e riutilizzarne i punti essenziali per scrivere qualcosa di proprio.
E man mano che scriveva, cercava nuovi spunti e nuovi modi – nuovi personaggi, nuovi dialoghi, nuove descrizioni – e scopriva quindi nuovi libri, facendosi sempre guidare solo dall’istinto, al di là di quello che era giusto o sbagliato leggere, ignara di questioni ininfluenti come l’eterna lotta tra letteratura ed editoria commerciale, classici e contemporanei: Daria leggeva allo stesso modo Piccole Donne e i libri per ragazze della collana Gaia Junior, La Capanna dello Zio Tom e le avventure del Battello a Vapore.

Naturalmente poi si cresce.
Si scopre che c’è un sacco di gente viva e (soprattutto) morta con cui confrontarsi, e che è così tanta e così brava da restare annichiliti. Si scopre che c’è la forma, e che un sacco di gente attribuisce molta più importanza alla forma che al contenuto, e che quella farà la differenza tra una scrittura buona e una scrittura cattiva. E quindi, bisogna mettersi a imparare.
Ma a un certo punto poi basta.
A un certo punto, se si vuole scrivere, bisogna mettersi a farlo. E solo quando si sarà scritto un pochino, si comincerà davvero a leggere: a leggere sì con uno scopo, ma tornando a essere quanto più possibile lettori, per cercare di capire ciò che è bello, ciò che è emozionante a partire dalle proprie emozioni. Per affinare l’intuito, aggiustare il tiro su cosa funziona e cosa no a partire da ciò che piace a noi.

Per questa ragione, molto di recente sto venendo a patti con il fatto che non leggerò tutti i libri del mondo, e che di certo non leggerò tutti quelli che sarebbe importante leggere. In compenso, sto leggendo con piacere come non mi succedeva da quando ero bambina.
Mi diverto, soffro, mi annoio: farlo è il mio lavoro.
Mi viene quindi da rovesciare il super-stereotipo: ci sono di sicuro dei libri iniziali, quelli a partire da cui si è pensato di voler scrivere (sto pensando a quali potrebbero essere i miei), ma poi, a un certo punto, per scrivere bisogna scrivere.
Solo dopo che si sarà scritto, si imparerà a leggere.

Qualche nota a caldo su L’Incubo di Hill House di Shirley Jackson

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736ef012b6c4d43e942b8bcd61238b93_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMa voi ve lo ricordate un filmetto del ’99 chiamato The Haunting – Presenze, con Catherine Zeta Jones, Liam Neeson e Owen Wilson?
Pare che sia stato nominato ai Razzie Awards di quell’anno e immagino quindi che non fosse poi questo granché, ma a me che l’ho visto con l’incoscienza di una bambina era piaciuto abbastanza (a posteriori, ero piuttosto presa dal genere, tra i nove e tredici anni: con una madre compiacente – e altrettanto appassionata – mi sono vista di tutto).

Fatto sta che quest’estate mi è capitato tra le mani il libro (avete presente quei pacchetti sorpresa di Feltrinelli, in cui scegli il libro dalla descrizione?) da cui era tratto, che si chiama L’incubo di Hill House ed è stato scritto alla fine degli anni ’50 da una signora chiamata Shirley Jackson. L’ho lasciato lì per un po’, poi qualche settimana fa, presa dalla faccenda del racconto horror, l’ho recuperato e me lo sono letto.
Stamattina l’ho finito e vorrei evitare di tirarla lunga come con Quiriny, quindi raccolgo giusto qualche ragionamento della prima ora, dal punto di vista puramente narrativo, e vado oltre.

In breve, la vicenda è questa: c’è un professore che vuole indagare i fenomeni di questa Hill House che pare essere infestata e quindi chiama con sé delle persone che hanno in passato avuto contatti con il paranormale e ci va a vivere per un periodo per capire cosa succede. E chiaramente quando sono lì qualche cosa succede.

Ora, l’idea della casa, com’è descritta, com’è raccontata, è strepitosa. Capisco perché ne abbiano tratto dei film (ce n’è uno del ’63 prima del filmaccio del ’99), capisco perché sia un libro amato da Stephen King, anche perché io stessa sarei tentata di scrivere un Ritorno a Hill House subito adesso. C’è da imparare a pacchi qui su come si costruisce un’ambientazione e la si fa stare in piedi anche da sola.
Il problema è che è talmente forte che nient’altro le tiene testa. Non i personaggi che vi si muovono, che sono essenzialmente dei poveretti inermi per cui in parte ti dispiace e in parte provi fastidio; non la storia che vi si svolge, che è il diretto risultato della povertà dei personaggi; non (attenzione!) le presenze che ci stanno dentro, che a confronto della casa in sé sono il Fantasma Formaggino.
Una mia amica che l’aveva letto prima di me mi aveva detto “Figo, sì, però a parte all’inizio e alla fine non succede niente”. Non sarei così drastica nel giudizio, e non vorrei smontarlo perché resta, per chi prova a scrivere sia horror che qualunque altra cosa, una lettura molto formativa, eppure c’è da dire che manca qualche cosa.

Forse è semplicemente sbilanciato. Forse le aspettative che crea sono troppo forti rispetto alla storia in sé: forse persino un’idea così buona può essere un problema, quando oscura tutto il resto. E forse è passato del tempo: nel senso che nel frattempo tutto l’horror è passato per il periodo iperprolifico degli anni ’70 e ’80 e adesso ci ritroviamo ad avere delle aspettative diverse, quando affrontiamo il genere.
Però, quando mi hanno detto per la prima volta che le storie devono avere una tensione interna, non ho capito molto bene cosa significava (e ho ancora molte difficoltà a mettere in pratica il concetto), eppure leggendo questo libro ci si rende conto che manca, più di tutto, proprio il crescendo: quell’aggravarsi degli eventi e dello stato d’animo dei personaggi, per cui si arriva a un punto in cui le cose non possono che andare in un certo modo – che poi è l’unico modo per far sì che un colpo di scena, un effetto sorpresa, funzioni.
Qui invece si arriva alla fine come su una nuvola, tra alti e bassi, senza capire bene come, senza che ci siano dei momenti davvero catartici che portino alla conclusione della storia.
E questo, mi viene in mente, è un problema comune a tanti racconti di principianti e aspiranti (inclusi i miei) che mi capita di leggere. Per questa ragione mi è parso particolarmente interessante parlarne brevemente, oggi, prima di andare oltre.