Ho letto Paolo Cognetti e L’HO AMATO

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7327005_2044687Ne avevo parlato mesi fa: mi era capitato davanti questo articolo del Corriere della Sera e avevo sentito una certa attrazione per Paolo Cognetti, per la vita che conduce, ma soprattutto per il tipo di ragionamenti che fa e le parole che usa per descriverli, e mi ero promessa di leggerlo. Solo che poi ho deciso di concentrarmi sull’università, e di non leggere nient’altro fino perlomeno alla fine della sessione di esami.
Intanto che studiavo, il giovanotto ha vinto tutti i Premi Strega possibili e io, che già normalmente mi disinteresso di premi e di dinamiche social-letterarie, mi sono chiusa gli occhi e le orecchie e ho evitato ogni interferenza, commento e retropensiero sul suo libro e la sua scrittura.
Il fatto è che l’ho amato. Non scomodo spesso l’amore, ma in questo caso non riesco davvero a trovare una parola diversa. Ho passato i sei giorni in cui l’ho letto emozionata un po’ come quando ero bambina, gustandomi il momento in cui sarei potuta tornare anche io alla montagna di Grana. Ho letto lentamente, per non perdermi nulla e per non consumarlo troppo in fretta, e davvero con il cuore, avvinta dalle vite di cui mi si raccontava come fossero la mia. E ho l’impressione che questo sia potuto succedere perché è stato scritto esattamente nella stessa maniera – lentamente, e con il cuore.

La storia è di quelle che non si possono raccontare senza rovinare il piacere della lettura: si può dire che è la storia di un’amicizia che comincia da bambini, tra boschi, alpeggi e torrenti all’ombra del Monte Rosa, e che passa la prova del tempo e della distanza. E’ anche una storia di uomini e montagne, non nel senso più comune di grandi imprese e cime da raggiungere, ma del rapporto vero degli uomini con la terra in cui nascono o si ritrovano a vivere, da cui fuggono o che non sanno lasciare. Che è poi ciò che lo rende sì un libro sulla montagna, ma soprattutto un libro sugli uomini e sui modi che trovano per stare al mondo.

C’è da dire intanto che davvero poche volte un libro ha raccontato con così tanta precisione il mondo che vedo io, senza superficialità né stereotipi, e ponesse gli stessi interrogativi senza cercare risposte di comodo. Qualcosa di questo genere non poteva, per via di cose, venire dall’estero, e non poteva venire dalla generazione prima della mia. In effetti, mi sembra cogliere questo tempo di sradicamento non solo fisico – nel senso che sfuggiamo tutti dai luoghi in cui siamo nati e cresciuti per andare a cercare altrove qualcosa che non sappiamo cos’è, ma che lì siamo convinti di non poter trovare, per rimanerne poi in genere delusi – ma soprattutto culturale, in cui cerchiamo di portare a termine il lavoro dei nostri padri, e cioè abbattere tutto ciò da cui veniamo per far spazio alla modernità. Solo che la modernità in cui speriamo non arriva, e quando arriva non porta più la ricchezza e la comodità che credevamo, e ciò che ci ritroviamo davanti adesso è poco più che macerie e decadenza.

Non era solo assenza di decoro: c’era un certo disprezzo per le cose, un certo gusto nel maltrattarle e lasciarle andare in malora, che stavo imparando a riconoscere anche a Grana. Era come se questi posti avessero il destino segnato e la manutenzione non fosse che una fatica inutile.

Ripartire dall’estrema periferia, dell’Italia come del mondo, sembra davvero essere l’unico modo per ripensare il futuro, che visto dalla città appare grigio, cupo, senza speranza. In questo senso credo di aver aspettato per un po’ di leggere un libro di questo genere, e che fosse necessario. Risponde a una necessità comune: di ricominciare a immaginare il futuro, ma in modo diverso da quello che abbiamo imparato, con un’attenzione nuova a quello che eravamo, alla famiglia da cui veniamo. Alla terra che abbiamo ereditato e a coloro che la popolano.

Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l’alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.

Poi c’è la lingua. Paolo Cognetti scrive esattamente nel modo in cui i romanzi dovrebbero essere scritti oggi: in lingua corrente, senza fronzoli né metafore ardite, senza cercare di ingannare il lettore con sperimentazioni strampalate che rendono la lettura faticosa, quando non sgradevole. Cercando con cura la parola giusta per esprimere ciò che si vuole dire e, potendo scegliere, usando quella più gentile possibile. Chiama con il loro nome gli attrezzi da lavoro, le piante e gli animali del bosco, le parti di cui è fatta una casa. Ma poi non ha paura di chiamare bestie le bestie, fiumi i fiumi e montagne le montagne, quando è giusto farlo. Il risultato è di una pulizia e chiarezza rare, e lascia la sensazione che chi scrive non sappia solo scrivere, ma anche pensare bene. Va dritto per la sua strada, raccontando la propria storia dall’inizio alla fine, senza farsi distrarre dall’ansia o dalla necessità di apparire.

– Qual è il Grenon?
– Questo. Per noi è la montagna di Grana.
– Tutte queste cime insieme?
– Ma sì. Non diamo nomi alle cime qui. E’ questa zona.

 

Lo scrittore è un essere superstizioso – Parte terza

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Chi si ricorda del giovane alto, con il naso grande e i tratti delicatissimi, che ho visto la prima volta alla fermata dell’autobus mentre cercavo un modello per un mio racconto? Ne parlavo qui qualche mese fa.
Ebbene, ora si è fatto crescere la barba, una barba fatta di peli lisci e quasi biondi che lo fa sembrare un po’ un ragazzo di montagna, di quelli che incontri la domenica mattina sulle corriere del Trentino carichi di snowboard e scarponi da sci.

Lo so perché mi capita ancora di incontrarlo, in zone diverse della città, ma tendenzialmente sempre sui mezzi pubblici. La dinamica è all’incirca sempre la stessa: io salgo, se mi va bene mi siedo e per un po’ leggo, cercando di non farmi distrarre dalla gente che chiacchiera al telefono intorno a me. A un certo punto alzo lo sguardo per vedere a che fermata sono, e lui è davanti a me, a poca distanza: è voltato dall’altra parte e quindi per un momento penso sempre che sia un altro, uno che gli assomiglia. Rimango a studiarlo di spalle per qualche secondo, aspettandomi di vedere un volto simile, ma diverso dal suo. E invece infine si sposta, si gira, fa un qualche movimento che mi permette di guardarlo bene per un attimo, e immancabilmente è sempre lui.

Solo che adesso, in realtà, il mio modello non è più lui. Ha cambiato nome e in parte vita, e ha preso un po’ i tratti di Modigliani nelle foto di inizio secolo, con l’aria scompigliata dell’artista inquieto che passa il tempo con compagnie poco raccomandabili.
Mi sembra un aspetto più aderente al tipo di personaggio di cui avevo bisogno – l’aria da studente benestante non si addiceva molto alla situazione in cui lo stavo mettendo.

Di conseguenza, il ragazzo con il naso grande (e adesso con la barba) non è stato messo davvero sulla mia strada perché mi facesse da modello per la scrittura. E’ stata una falsa pista.
Poiché resto superstiziosa, immagino che ci debba essere un altro motivo – che mi stia guidando da qualche parte, in un percorso segreto che mi verrà svelato solo col tempo, un viaggio in autobus alla volta. In una città così grande, incontrarsi così tante volte non può proprio essere un caso.

Quattro tipi di lettori, al di là degli stereotipi

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Poiché abbiamo l’abitudine a dividere i libri in due macro-aree (la Letteratura e l’Intrattenimento), tendiamo anche a dividere i lettori in due categorie: quelli che leggono perché apprezzano il valore della Letteratura, e quelli che leggono per divertirsi, per passare il tempo.
Una quantità enorme di stereotipi si abbatte ogni giorno su entrambe le categorie, così grande che, se fossimo persone oneste, dovremmo vergognarci a ripeterli, anche per la ragione che tutto il discorso, quando viene affrontato da scrittori, ha alla base una tara profonda: chi apprezza la Letteratura, sicuramente apprezzerà anche i loro scritti; tutti gli altri, quelli a cui non piacciono, in fondo non capiscono niente.

Di recente invece ho guardato alla questione da un’angolazione diversa.
Parlando di libri con amici molto diversi tra loro, tutti senza alcuna velleità letteraria, ho cercato di capire meglio in che modo la gente legge, e perché apprezza certi libri oppure no.
Come primo risultato, che non ritengo in alcun modo esaustivo, mi sembra di aver trovato quattro categorie di lettori. Con le loro opinioni e idee, c’entrano com’è ovvio il carattere, il grado e tipo d’istruzione e la quantità di letture.

  1. I primi li conosciamo bene.
    Sono i lettori per cui la storia non conta. Per loro, l’abilità dello scrittore sta tutta nella ricerca della parola giusta, nella bellezza delle frasi e nella complessità del linguaggio. Se c’è una storia sotto, è solo un espediente letterario; se è appassionante, non è un libro che valga la pena leggere.
    Poiché i libri di oggi tendono a essere semplici e più lievi, si rifugiano spesso nei classici, e dichiarano con orgoglio di non aver letto per anni niente di pubblicato dopo il 1960, se ci va bene.
    La conversazione tipo è una cosa del genere:
    Io: “Oh, ho letto un libro bellissimo! L’ho letto tutto d’un fiato, non riuscivo a staccarmi: pure al bagno me lo sono portato”
    Lui: “Ah sì, guarda, se lo stava leggendo mia suocera al mare, anche lei ha detto che è carino. Io ho appena finito di rileggere La Recherche invece. Tu l’hai letta, sì, vero?”
  2. Per qualche verso vicini ai primi, ma molto più sinceri, sono quei lettori che cercano sempre un significato recondito, un’interpretazione alle proprie letture. Sono stati influenzati da troppe analisi e parafrasi del periodo scolastico, e hanno perso il piacere della lettura per sé stessa.
    Sentirsi raccontare una storia per loro non è sufficiente: hanno bisogno che ci sia il sigillo della letteratura, qualcosa da ricercare di più elevato a livello formale e concettuale, altrimenti cominciano a domandarsi se ne valga la pena.
    Se gli va bene, dopo qualche anno riescono ad abbandonare lo zelo interpretativo e si decidono a leggere i libri che li attraggono davvero (il giallo, il mistero, il fantastico), per ciò che sono. Altrimenti finisce che smettono del tutto: sono spesso quelli che si dichiarano troppo impegnati per leggere.
    La conversazione tipo è così:
    Io: “Hai letto questo libro?”
    Lui: “Ah, sì! Io ci ho visto una riflessione sul significato della vita e l’inutilità della paura della morte, insieme a una forte critica al capitalismo occidentale. Tu che ne pensi?”
    Io: “Scusami, ma non era una storia di cani?”
  3. Una categoria da cui sono in parte spaventata e in parte attratta è quella dei lettori che chiamo scientifici.
    Sono lettori che non si fidano degli scrittori. Non si abbandonano alla malia delle parole e cercano invece i fatti, la realtà in ciò che leggono. Non li si inganna con immagini e facili suggestioni: hanno i propri sentimenti, e di quelli suggeriti dagli altri non sanno tanto che farsene.
    Non sono inclini alla sperimentazione; vogliono invece storie di cui riescono a vedere il fondo, che possono rivoltare come vogliono e ancora trovarci un senso, se no si sentono ingannati. Cercano una logica, una coerenza interna.
    Sono lettori scientifici, perché per loro il racconto è una formula matematica: serve una dimostrazione perché risulti vero.
    La conversazione è così:
    Lui: “Questo libro non l’ho capito”
    Io: “Ma come? Tutta la sperimentazione linguistica… E poi quelle riflessioni fantastiche sulle conseguenze del capitalismo”
    Lui: “Sì, sì, ma non si capiva il senso. Ci sono personaggi che appaiono una scena e poi scompaiono, e il protagonista cosa fa nella vita? Mica te lo dice. E poi non si capisce come finisce”
    Io: “Beh, era un finale aperto, lo scopo del libro non credo fosse proprio questo”
    Lui: “Secondo me non è chiaro. Non mi ha convinto”
  4. Sembra un ossimoro ma non lo è: sono i lettori forti che non leggono.
    Sono di solito amici di quelli per cui la storia non conta, con la differenza che parlano di libri ma non li leggono.
    Seguono invece giornalmente riviste e blog letterari importanti e quello è il loro modo di leggere libri – quel tanto che basta a cogliere qualche nome nuovo, a capire in che direzione va la letteratura, per poter poi mostrare di saperne.
    In realtà, leggono uno o due libri l’anno.
    La conversazione tipo è così:
    Lui: “Veramente ti stai leggendo questo?”
    Io: “Scusami, ma l’hai letto?”
    Lui: “Più o meno”
    Io: “Cioè non l’hai finito?”
    Lui: “No, ma mica i libri vanno letti tutti, basta sfogliarli e capire un po’ come sono fatti. Voi con questa fissazione del finale…”

Come ho detto, non è in alcun modo una lista esaustiva – e ho sempre gli occhi aperti a scovare qualche modo diverso di avvicinarsi (e a volte leggere) i libri. Non fosse altro, per amore della classificazione.
Qualcuno ha suggerimenti?

Come il tempo necessario per far nascere un amore

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Per più di due mesi, ho lasciato andare il Diario Creativo alla deriva – e per la verità, tutta la mia vita su WordPress: di certo non me ne vorranno gli amici che nei mesi ho seguito e hanno a loro volta seguito me, anche se li ho calcolati poco, con poca attenzione e costanza.
Devo dire che non l’ho fatto con leggerezza: ho in bozze qualcosa come sette o otto post in sospeso, cominciati e mai finiti per distrazione, per noia, per mancanza di contenuto vero in quello che cercavo di scrivere – e quindi di voglia di portare un ragionamento fino alla fine: non mi piacciono i post vuoti, così come non mi piace scrivere a vuoto, e per me la regola numero uno per chi vuole avere a che fare con le parole è: usale bene, e con parsimonia.

Credo comunque sia stato un periodo proficuo, in qualche modo.
Intanto perché mi sto avvicinando alla fine degli esami (l’ultimo i primi di luglio) e, dopo di ciò, mi mancherà solo qualche mese di scrittura di tesi per raggiungere l’Obiettivo dell’anno – ma siccome sono superstiziosa, e soprattutto temo di scoprire di non avere poi quelle capacità di analisi e scrittura che mi sono convinta di avere, praticamente cerco di non parlarne. Sarà un banco di prova importante, e una bella avventura, che avrà a che fare con W. G. Sebald e la sua fantastica idea di accompagnare la scrittura con le immagini – e molto anche con me e la mia scrittura, che mi sto convincendo maturerà a ogni capitolo di tesi concluso.

È stato un periodo proficuo anche per un’altra ragione.
Sono sei mesi che mi dedico esclusivamente allo stesso progetto: niente raccontini, niente distrazioni, (quasi niente post), solo un’unica idea fissa che prende corpo un passo alla volta, con i suoi tempi.
Inizialmente, era un racconto che avrei scritto un giorno, una suggestione venuta da un paio di storie che mi erano state raccontate e di cui ho pensato subito che fossero materia letteraria. Poi, è diventato parte di una raccolta di racconti da provare a scrivere quest’anno, sperando di non stancarmi troppo in fretta.
Infine, ha preso vita propria ed è diventato un grande contenitore di idee passate e morte, di storie ascoltate e riflessioni sopite a cui ho trovato una collocazione, per quanto ancora instabile. E da sei mesi tutto ribolle a fuoco lento in questo pentolone, dove gli ingredienti cambiano gusto, colore e consistenza col passare dei giorni.

E la cosa davvero interessante che ho scoperto è che quando cominci a dedicarti con una qualche costanza – seppure con mille distrazioni come me – alla scrittura vera, tutto il resto perde senso. Ti dimentichi letteralmente del voler apparire, e quindi dei post, dei social, a volte anche della gente vera, e ti ritrovi a coltivare doti poco à la page:

– la pazienza necessaria per rimescolare e spesso rifare daccapo tutto più e più volte, fino a che non trovi esattamente il punto da cui proseguire;

– la tranquillità per fidarti del tuo orecchio e di quel senso per il racconto che ti dice che una cosa così ha senso, e in nessun altro modo, oppure che ancora non è pronta, e qualcosa deve essere tolto, aggiunto o cambiato fino a renderlo irriconoscibile.

Tutto questo richiede tempo, ed è incompatibile con la fretta di postare, di pubblicare, di partecipare ai concorsi letterari.
E’ un tempo simile a quello richiesto perché nasca un amore, fatto di attese a volte insopportabili, di speranze, di indecisioni e ogni tanto di voglia di buttare tutto a mare e cercare qualcosa di più semplice. Ma quando poi quell’amore nasce, ed è tutto e molto più di quello che si è potuto immaginare… Beh, lo sapete com’è.

La mia idea, con questa storia inizialmente non mia che finora conta di tre personaggi, una ricerca artistica e tanta Roma, sarebbe quella di non fermarmi, fino a che ogni parola scritta non strariperà di cura e gentilezza.

 

Qualche suggerimento da W.G. Sebald

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La scrittura è anche (soprattutto, mi verrebbe da dire) fatta di silenzio, e cioè di periodi in cui non si è social, non si è blogger, non si condivide niente perché non c’è niente, in ciò che si pensa, di condivisibile e spiegabile in modo razionale. E la scrittura vera – lo scopo per cui, teoricamente, tengo il Diario Creativo – viene fuori più da questo silenzio raccolto, che dalla vita sociale virtuale (e anzi, mi viene anche in mente che una volta, nella mia vita precedente, ho scritto da qualche parte che ho bisogno dell’energia della città, della sua iperattività psicotica, per raccogliere materiale, ma poi dell’ozio e del silenzio e della quiete perché le voci si materializzino e premano per venire fuori: credo valga ancora, anzi, più che mai oggi), e da una lettura quieta ma costante di autori giusti, che arrivano nel momento giusto a scompigliare i pensieri e a impedirmi di diventare compulsiva nel ripetermi nella testa i nomi dei miei personaggi per farli muovere un po’.

E in questo tipo di lettura è entrato Austerlitz, l’ultimo romanzo di W.G. Sebald, un libro che è un mondo intero (che è forse ciò che un libro dovrebbe essere?) fatto di viaggi, studio, ricerca, alla ricerca del passato di un uomo apparentemente senza identità. Sebald ritornerà spesso nei prossimi mesi di quest’anno, soprattutto per la sua particolarità di caricare i suoi romanzi di fotografie di persone, luoghi, dettagli, a sostegno del proprio racconto – come a dire: “Guardate, non me lo sto inventando, questa cosa c’è davvero: io l’ho vista e fotografata!” – il che confonde la nostra sospensione dell’incredulità e ci fa domandare sempre, durante la lettura, che cosa stiamo leggendo, cosa sia finzione, cosa ricerca storica, cosa (auto)biografia.

Nel frattempo, scrivendo “Sebald” su Google, ho scovato queste writing tips del suo ultimo corso di scrittura alla University of East Anglia, dove ha insegnato per qualche decennio, che sono interessanti perché praticamente opposte a qualunque suggerimento di buon senso di ogni altro autore contemporaneo e scuola di scrittura (tipo, “il tempo atmosferico e le descrizioni sono importanti”).

Lo scrittore è un essere superstizioso – Parte seconda

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Ero alla ricerca di un modello per il modello protagonista di un mio racconto: sembra un gioco di parole ma non lo è.
Il fatto è che tante volte conosci le attività e le passioni, hai un’idea del modo di pensare dei tuoi personaggi, ma non riesci a visualizzarli fisicamente – e di conseguenza a farli muovere nello spazio con naturalezza. Metti che uno è alto un metro e novanta: non vorrai dirlo esplicitamente nel racconto, ma potrai fargli fare dei gesti naturali per uno molto alto, come piegare appena la testa quando passa sotto lo stipite di una porta, o abbassare lo sguardo verso gli altri, che saranno con ogni probabilità più bassi di lui.
Cose così, dico.
E insomma tornando a casa pensavo a che aspetto, che faccia potesse avere questo ragazzo, e mi guardavo intorno alla fermata dell’autobus, circondata dalla folla di impiegate statali, badanti ucraine, studenti del liceo e richiedenti asilo ospitati alla Croce Rossa che popolano abitualmente i mezzi che uso. Sui loro volti, cercavo pigramente la soluzione al problema, quando il mio modello ha raggiunto la fermata e si è appoggiato alla palina dell’Atac a pochi passi da me.
Aveva la pelle chiara e quel portamento nervoso dei ragazzi intelligenti ma insicuri appena usciti dal liceo. Aveva, soprattutto, un naso grande, storto e gobbo come se se lo fosse rotto, che gli spezzava in due i tratti altrimenti delicati e regolari e gli dava un po’ un’aria da bello e dannato, se non è un cliché troppo abusato scriverlo.
Era lui, inequivocabilmente.
Siamo saliti sullo stesso autobus e ho approfittato di quel tragitto per guardarlo e riguardarlo, e per adattare quella maschera al mio personaggio. Poi sono scesa, soddisfatta del mio lavoro, e la cosa si sarebbe chiusa lì, se non fosse stato che adesso continuiamo a incontrarci.

Pare che prendiamo gli stessi mezzi: da qualche giorno lo trovo sul tram la mattina, e alla fermata, o direttamente sull’autobus, la sera. Mi viene da pensare che sia sempre stato lì davanti ai miei occhi, solo che io non riuscivo a vederlo.
In ogni caso, a un certo punto deve essersi sentito osservato, perché adesso quando mi vede mi lancia un’occhiata indecifrabile, di curiosità e imbarazzo.

Io, che sono un essere superstizioso, lo ritengo un segno: questo personaggio – dicono gli dei pagani della scrittura – nelle vesti di questo ragazzo che ti mettiamo sotto gli occhi così spesso, potrebbe essere molto importante per te. Fai buon uso del dono che ti abbiamo concesso.

Lo scrittore è un essere superstizioso

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Ad ascoltare la voce della vecchia signora di paese che vive in me, non dovrei nemmeno scrivere questo post.
Il fatto è questo: quando scriviamo storie, ci mettiamo dentro una parte di noi. Un ricordo, un’emozione, un desiderio o un incubo che ci portiamo dentro, di cui, prima di sederci a scrivere, forse non eravamo neanche consapevoli. Scriviamo per vivere vite alternative alle nostre, per esplorare situazioni e finali alternativi – per scoprire come sarebbe andata a finire, se noi o altri si fossero comportati in modi diversi, se la situazione fosse stata diversa. Scriviamo per consolarci, o per accedere a una verità più profonda: spesso, quando cominciamo, non sappiamo come finirà.
Al di là di ogni necessità o vezzo estetico, al di là della presunzione di fare ‘arte’, scriviamo perché siamo animali che immaginano – e, se decidiamo di scrivere in modo continuativo (anche quando ogni ragionamento logico ci direbbe di non farlo), lo facciamo perché non sappiamo dove altro mettere tutta l’immaginazione che abbiamo, perché non sappiamo come liberarcene e al tempo stesso provare a metterla a frutto: nel mio caso, perché non so davvero fare nient’altro.

Prendere in mano tutta quella materia pulsante che se ne sta nascosta in profondità (una sorta di lava bollente che sta sotto la superficie di quasi-normalità di cui ci ricopriamo per risultare accettabili) e tirarla fuori come torba umida dalla terra, significa però accedere a una parte di noi che non stento a definire ancestrale, che ha poco a che fare con gli umani acculturati del XXI secolo e molto più con gli umani cacciatori-raccoglitori che disegnavano sulle pareti delle grotte e temevano come divinità la natura e gli agenti atmosferici.
Non so se capite cosa intendo, ma per me la scrittura è un’esperienza in qualche modo religiosa, che non c’entra (non del tutto almeno) con il sostrato culturale cattolico da cui l’Uomo Acculturato del XXI secolo proviene, ma con il timore antichissimo e viscerale verso forze che non vedo e non sento, ma non per questo non esistono e non hanno influenza su di me. Un’esperienza religiosa con tutto il suo carico di vaticini e superstizioni al limite del ridicolo.
Come ad esempio il fatto che i libri che sto usando in questo momento – per studio o consultazione – non devono tornare in libreria per nessuna ragione al mondo, fino a che non sono certa che non mi servano più: la voce della vecchina di paese mi dice che se li rimetto a posto prima del tempo potrei doverli tirare giù di nuovo senza volerlo, dopo un fallimento. Questo vale naturalmente anche per gli esami. Non posso descrivere il caos di libri sulla scrivania a casa, a lavoro, nella borsa, sugli scaffali, nel comodino, per terra, in cui vivo per questa ragione.
O il fatto che non parlo quasi mai delle cose che scrivo – e questo lo sa chi legge questo blog, ma anche le persone accanto a cui vivo, che mi vedono scribacchiare giorno e notte senza poter mai sapere di che si tratta. E’una superstizione anche questa: non si sa mai che l’idea, una volta detta ad alta voce, venga portata via da qualche spirito di passaggio.
O che gli appunti vanno segnati solo nella Moleskine rossa e a penna nera, mentre pezzi di scene e dialoghi possono essere scritti su fogli bianchi A4 piegati a metà ma solo a matita o con una penna nera calcando poco: devono essere come sussurri, ausilii bisbigliati alla sessione di scrittura vera e propria, che avviene solo in determinate circostanze (congiunzioni astrali? Sto cercando un pattern di questo tipo per rendere il lavoro più efficiente, ma finora non l’ho trovato).

E poi c’è un’altra cosa, molto più interessante.
Dicevo che nelle storie che scriviamo ci mettiamo parti di noi, anche se mascherate. Ci domandiamo “cosa succederebbe se…?” e portiamo la risposta alle estreme conseguenze. Ma mentre lo facciamo, camminiamo su cadaveri di persone un tempo familiari e ormai sconosciute, su case, scuole, luoghi che non sono più nostri, su certe idee di noi stessi e degli altri che magari non abbiamo ancora accantonato del tutto.
Perlomeno sulla carta, pensiamo di abbandonare, distruggere, anche uccidere tutta questa roba che è noi. Ed ecco, ogni tanto mi sono rifiutata di farlo: non perché pensassi che qualcuno potesse rimanerci male per quello che avevo scritto, ma perché ho avuto il timore reale che fare del male a un personaggio sulla carta potesse portare del male alla persona a cui era ispirato nella vita vera. E per quanto abbia cercato di convincermi che fosse assurdo, che queste cose non esistono, l’umano ancestrale dentro di me mi ha obbligata a cambiare il finale, a far trionfare il bene e l’amore, nonostante l’intuito mi dicesse che la storia funzionava meglio come l’avevo concepita all’inizio.

Tutto questo, mi rendo conto, ha molto poco a che fare con la Letteratura, ma moltissimo con l’umanità – con la mia specifica forma di umanità. Ma se devo essere sincera, mi sembra di avvicinarmi di più a una qualunque forma di arte affidandomi a questo tipo di sentimenti, che non tenendoli a distanza, dall’alto di una razionalità un po’ anestetizzata che mi sembra guidare la mano di certi artisti di oggi.
Sono anche immersa nella lettura, gradevole e affascinante, di L’Istinto di Narrare di Jonathan Gottschall, che è stato la base di partenza per questo post e che credo sia un modo fantastico per togliersi dalla testa un po’ di sciocchezze pretenziose sulla letteratura provenienti dal sistema scolastico e dal discorso culturale italiano.

Tutte le parole che non conoscevo – Uno: Iconoclasta

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Accennavo lo scorso lunedì alle parole che non conosco, quelle che uno sente e di cui intuisce il significato, ma non saprebbe riutilizzare in modo produttivo; e al fatto che avrei voluto metterle in fila qui, per rimettere in circolo un po’ di conoscenza (anche perché ho la vanità di credere che le parole che io non conosco non siano parole comuni, che tutti sanno usare tranne me, e quindi penso possa essere di una qualche utilità anche per altri).

Comincio oggi con la prima parola (e già mi aspetto che qualcuno dica: “Ma come, davvero non sapevi cosa vuol dire?”): Iconoclasta.

La cosa è cominciata così: una domenica della primavera scorsa, quando eravamo ancora nella casa vecchia, mi era venuta la smania di pulire tutto quello che vedevo e di buttare ciò che non mi sembrava più necessario tenere. E’ una cosa antica: di tanto in tanto vengo fuori dalla mia pigrizia e vedo all’improvviso davanti agli occhi tutto quello che non ho fatto e ci sarebbe da fare, e così comincio a pulire e liberare spazio con ostinazione quasi ossessiva. Quando stavo a Londra, mi succedeva tutte le volte il giorno dopo aver passato la sera fuori a bere, e da allora mi sono convinta che dietro questo comportamento, veramente del tutto istintivo, ci sia uno squilibrio chimico, o una cosa del genere.
In ogni caso, avevo pulito il tavolino e le sedie del balcone con lo sgrassatore, riorganizzato l’armadietto della dispensa della cucina, pulito il bagno, buttato pagine di appunti di vecchi racconti, scatole di scarpe vuote, creme vecchie di anni, farmaci scaduti, confezioni vuote di vario genere, e stavo per attaccare le scatole di televisori/cellulari/PlayStation sullo scaffale in alto dell’armadio a muro quando il mio ragazzo mi fermò e disse:
“No, quelle servono. Smettila con questa furia iconoclasta!”
L’eleganza dell’espressione effettivamente mi riscosse, e mi andai a fare un caffè, vergognandomi un pochino per i sacchi pieni di roba da buttare ammucchiati davanti alla porta. Mentre sedevo sul balcone, con la tazza di caffè appoggiata sul tavolino bianchissimo, mi venne in mente per la prima volta in modo cosciente quello che dicevo nell’Introduzione: che ci sono tante parole di cui intuisco il significato, ma che non capisco davvero, e che invece mi piacerebbe conoscere. Iconoclasta era una di quelle.

Iconoclasta significa distruttore di immagini sacre, dal greco εἰκονοκλάστης, composto di εἰκών -όνος “immagine, icona” e -κλάστης dal tema di κλάω “rompere”. Ha la sua origine in un movimento, nato nell’Impero Bizantino tra l’ottavo e il nono secolo, che avversava il culto di immagini sacre. La questione è abbastanza affascinante, perché il movimento nacque a causa di due fattori: da una parte l’influenza dell’Islam, e in particolare l’accusa di idolatria che veniva mossa dai Musulmani al Cristianesimo (nell’Islam Dio non deve essere ritratto); dall’altra la diffusione crescente tra la popolazione del culto delle immagini sacre, sostenuta dai monaci.
L’imperatore Leone III nella prima metà del 700 decise di porvi fine e diede inizio, appunto, all’Iconoclastia in tutto l’Impero, che portò a dispute teologiche interne e a scontri anche con la Chiesa romana che proseguirono per tutto il secolo – fino al secondo Concilio di Nicea (787) quando si stabilì la legittimità dell’iconodulia, cioè il culto di Dio attraverso l’immagine sacra (distinta dall’adorazione dell’immagine in sé, considerata idolatria pagana) – con una successiva ondata iconoclastica che durò per tutta la prima metà dell’800.

Oggi, iconoclasta (che è propriamente un sostantivo, anche se, lo dice la Treccani, si usa anche come aggettivo, come nel caso del mio ragazzo: l’aggettivo c’è, comunque, ed è iconoclastico) si usa per definire chi combatte convinzioni e tradizioni fondamentali di una società, e in particolare la religione. Uno scrittore, un artista, può essere iconoclasta.

Io, forse, in un altro tempo avrei voluto essere iconoclasta, anche se oggi mi pare che non sia rimasto più molto da distruggere, e semmai il ruolo dell’artista in questo tempo è di ricostruire, di restituire a questa umanità dispersa un qualsivoglia valore etico e religioso che non abbia a che fare con la merce e con il consumo.

(Per scrivere questo articolo, veramente leggero e privo di reale approfondimento, mi sono rifatta a due fonti: l’Enciclopedia Treccani e la rivista InStoria. Mentre leggevo sono capitata anche davanti a Ingenuità iconoclasta, su Lo Sbuffo, che mi fa piacere consigliare)

Leggere I Fiori del Male a 14 anni come antidoto alla religione della Cultura

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Ricordo in modo piuttosto preciso il momento in cui, per la prima volta, il mio personale interesse per i libri e la Letteratura dei testi scolastici si sono incrociati, e ho pensato che ciò che mi insegnavano a scuola potesse avere un qualche valore.
Curiosamente, l’illuminazione non venne da un romanzo, o da un racconto: venne dalla poesia. Una mattina nella primavera della quinta ginnasio (siamo nel 2004, credo), la nostra cinerea professoressa di italiano – una delle persone che ritengo direttamente responsabili per avermi allontanata dalla scrittura e aver causato, in un momento delicatissimo della mia formazione, una frattura con la mia creatività che ancora fatico a risanare – ci mise davanti per la prima volta un testo che avrebbe cambiato in modo definitivo la mia percezione della letteratura: era Spleen (Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio sullo spirito gemente preda di eterna noia…).
Mentre la professoressa si perdeva in parafrasi e discorsi vacui sull’uomo nella modernità, dentro di me avveniva una sorta di catarsi: sentivo che qualcuno, centocinquant’anni prima, aveva messo su carta le mie angosce, le mie inquietudini, la percezione del grigiore in cui mi sentivo imprigionata; e che quel qualcuno, per la Scuola, era considerato importante. Mi liberavo dall’orrenda sensazione – che peraltro non mi era connaturata, ma solo la conseguenza di un modo che oserei definire blasfemo di intendere la cultura – che ciò che leggevo e tentavo di imparare a memoria nelle sei ore giornaliere di grigiore scolastico non avesse niente a che fare con ciò che avveniva dentro la mia testa, che vedeva tutto un altro orizzonte.
Quel pomeriggio, mentre il cielo grigio pesava davvero come un coperchio sulle montagne che circondano Trento, andai a comprare I fiori del male, e ci vissi dentro per le settimane e i mesi successivi. Scoprii poi altri poeti maledetti, Rimbaud, Valery, e mi sentii rappresentata in un modo fino allora inconcepibile da quei personaggi eccentrici, dediti al vizio e alla droga, che davano voce alla noia di vivere, al disprezzo del conformismo e del perbenismo piccolo-borghese che in quel periodo mi laceravano.
Da quel momento, iniziai a guardare con sconcerto al modo in cui quegli autori che in quei mesi abitavano la mia immaginazione, osceni, sbagliati, aggressivi, venivano anestetizzati e resi innocui nella descrizione fatta dalla cinerea professoressa, la loro arte un mero esercizio di stile a cui non corrispondeva alcun tipo di movimento interiore. E mentre realizzavo che forse, anche se non riuscivo a essere come le professoresse volevano, a comportarmi nel modo che loro avrebbero gradito, che forse, anche se il racconto che avevo (ingenuamente, sì) scritto alla fine delle medie e avevo loro dato in lettura, per riceverlo qualche giorno dopo pieno di segni rossi e punti interrogativi e con il sottinteso di evitare di proporre ulteriori aborti in futuro – e magari di lasciar perdere, perché quell’attività non faceva proprio per me -, forse il problema non ero necessariamente io; mentre realizzavo tutto questo, qualcosa nella mia testa cominciò a girare, seppure a fatica, nel verso giusto. Perché se persino Baudelaire agonizzava sulla pagina di un libro di testo per le scuole superiori, non potevo pretendere di non agonizzare io.

Le connessioni che facciamo non sono mai lineari, né univoche, e quella scoperta letteraria coincise con uno spostamento in fatto di gusti estetici più in generale – anche se non saprei dire se fu una coincidenza, o un processo già in atto in ogni caso – che mi portò ad ascoltare musica diversa, a guardare film diversi, a cominciare a formarmi un mio gusto in cui si sarebbe potuto intravedere, in nuce, la Daria che sono adesso.
Con il passaggio al liceo, cambiarono anche i professori, e ne arrivarono di meno cinerei, dalla mentalità più fresca, più adatti a svegliare le coscienze della futura classe dirigente della Provincia Autonoma. Ma ho continuato a percepire qualcosa di stantio, di imbrigliato e moribondo, nel modo in cui la cultura ci è stata presentata e imposta, come la statua di un santo da venerare e portare sulla spalla nel giorno del patrono, e poi rimettere al suo posto e lasciare nella teca fino all’anno successivo – senza alcuna correlazione con la nostra realtà, con la nostra vita, con il nostro bisogno di espressione.
Tutto questo mi sembra avere un impatto non indifferente sul modo in cui la cultura si diffonde e cambia nel nostro paese – sul fatto che, per la maggior parte delle persone, sia qualcosa da cui sfuggire, piuttosto che un patrimonio comune. E anche su di noi, che con la scrittura ci confrontiamo ogni giorno, e che valutiamo i nostri testi e quelli degli altri in base, per la maggior parte, agli standard che ci vengono da migliaia di Cineree Professoresse. Il che mi riporta a pensare a Baricco, e a quanto sarebbe necessario sporcarsi le mani con la cultura, pasticciare, scombinare e ricombinare (invece che tenerla nella teca), perché abbia qualche speranza di sopravvivere.

Mi si perdoni la parentesi intimistica, che tende a non appartenere a questo Diario. Faccio collegamenti e costruisco relazioni laterali, intuitive, spinta da letture di cui con calma parlerò in modo diffuso.
Poiché però per me il periodo del liceo resta un pozzo nero di inquietudini non del tutto risolte, mi piacerebbe sentire le storie di incontri con la letteratura, e di impressioni ed esperienze scolastiche anche di altri. Così, per parlarne, e confrontarmi.

Tutte le parole che non conoscevo: un’introduzione

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Ci sono le parole comuni, quelle che, sentendole o leggendole, associamo direttamente al concetto a cui si riferiscono, e che sappiamo a nostra volta usare per riferirci a quel concetto.
E poi ci sono parole meno comuni, il cui significato conosciamo solo in modo vago, magari solo applicate a un dato contesto, e che non sapremmo riprodurre in una frase nostra – perlomeno non in modo completamente consapevole.
Sono parole che troviamo sui giornali, o nei saggi, e che ci ripromettiamo sempre di cercare sul dizionario per capirle bene, ma poi inevitabilmente finiamo per dimenticarcene e non farlo mai.

Ebbene, di recente ho cominciato a segnarle tutte su un pezzo di carta sulla scrivania, così che a furia di guardarle per giorni alla fine mi sento in qualche modo obbligata a cercarle, se non altro per esasperazione (è un metodo che sto applicando più in generale a tutte le cose che la mia irrimediabile pigrizia mi porta a rimandare a data da destinarsi, dallo scrivere post sul Diario a prenotare il dentista); le scrivo poi a penna nera in un bel corsivo ampio sulla Moleskine rossa, per provare a memorizzarle in modo permanente.
Finora sembra funzionare: da quando ho cominciato ho imparato a usare almeno cinque parole nuove. Si tratta per la maggior parte di aggettivi che provengono dalla filosofia o dalla religione, che oggi adoperiamo in senso più ampio a indicare tendenze o comportamenti degli uomini e delle società. Saperle usare mi apre quindi nuovi orizzonti di espressione, fosse anche solo per farmi bella in una conversazione al bar.
Ha anche due ulteriori insperati benefici: mi obbliga a imparare qualcosa di nuovo, ad approfondire faccende che ho sempre rimandato a un futuro indefinito; mi fornisce anche un ancoraggio per la memoria: attaccata a quella parola fino a quel momento quasi sconosciuta rimarrà per sempre impressa una persona, un luogo, il colore di un giorno. Che non è poco quando, come me, si guarda sempre con sgomento ai ricordi che sfuggono e che si perdono ogni giorno (ma questa è un’altra storia).

E insomma, ho deciso che condividerò queste parole nuove qui sul Diario, che è poi un’estensione digitale della Moleskine rossa, un pezzetto alla volta, per rimettere in circolo un po’ di conoscenze – e mettere in mostra alcune delle cose che non so – sempre sotto questa dicitura: Tutte le parole che non conoscevo. E tenderò a farlo sempre di lunedì, che è potenzialmente un brutto giorno, ma potrebbe essere quello buono per imparare qualcosa di nuovo.